di Giovanni Francesco Cicchitti.
Di Simonetta Vespucci sappiamo poco.
Ed è proprio questo il punto.
Arriva a Firenze giovanissima, sposata con Marco Vespucci, viene subito inserita in uno dei circuiti familiari e sociali più osservati della città.
La sua presenza non passa inosservata, ma le fonti restano avare: nessuna voce diretta, nessuna azione pubblica, nessun ruolo politico.
Simonetta attraversa la scena senza far rumore.
Eppure resta.
Nel 1475, durante la grande giostra vinta da Giuliano de’ Medici, la sua figura emerge con chiarezza simbolica.

Simonetta è associata all’evento come riferimento ideale, celebrata nelle immagini e nei versi che accompagnano la vittoria.
Da quel momento la sua immagine si fissa. Diventa misura di grazia, equilibrio, giovinezza. Non è un personaggio attivo della vita pubblica fiorentina, ma una presenza che viene evocata, mostrata, ricordata.
Muore molto presto. E proprio allora la sua figura cambia statuto. Simonetta smette di essere una donna storica e diventa un’assenza operante.
Non agisce più, ma continua a influenzare. Non parla, ma viene usata come riferimento visivo e simbolico.
In una Firenze in cui il potere si esercita con le parole, le alleanze e la forza, Simonetta rappresenta altro: una presenza che non governa, ma che resta impressa.
Non per ciò che ha fatto, ma per lo spazio che ha occupato — e per quello che ha lasciato.
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