di Gaetano Barbella.

La notte stellata (De Sterrennacht), il dipinto sopra mostrato, fu eseguito dal pittore olandese Vincent van Gogh nel 1889 ed è conservato al MOMA di New York.
È un vera e propria icona della pittura occidentale che raffigura un paesaggio notturno di Saint-Rémy-de-Provence, poco prima del sorgere del sole.
Nel 1888, prima dell’internamento a Saint-Rémy, van Gogh scrisse: «Con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica.
Vorrei dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui un tempo era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori […].
Ah il ritratto, il ritratto che mostri i pensieri, l’anima del modello: ecco cosa credo debba vedersi»
Ma la Notte stellata non si poteva vedere dalla finestra della sua stanza nel manicomio di Saint-Rémy e così come l’ha dipinta, ha ritratto una realtà dettata dalla sua anima presa da turbamente in un viaggio dell’anima.
É una visione onirica in cui affiora chiaramente il suo lato emotivo preso da paure con le sue emozioni. Ed è come se un fulmine avesse scaricato sulla guglia della chiesa tutta la sua energia, una forza straordinaria.

Illustrazione 1: Un immaginario ippogrifo che regge l’inconscia anima
di Vincent van Gogh al posto del cipresso
di “La notte stellata”.
L’immagine ritrae la coppia che s’invola dal paesaggio terrestre.
Opera dell’autore.
Per contro l’alto e severo cipresso si erge come un intermediario vegetale, fra terra e cielo, una sorta di ippogrifo con una vitalità che si rivela saturo delle immagini surreali dipinte in cielo dall’artista, un sfida contro la natura.
Tutto in basso sembra perduto e primeggiano in alto, spazi cosmici rischiarati dalla luce aranciata della falce lunare in alto a destra.
Un fulgurea luce che quasi abbaglia e voglia rivelarsi. Gorghi titanici e vorticosi fra le stelle alla sua sinistra a gara, come impazziti con un ampio gorgo centrale vorticoso quasi un centro potenziale di comando.
Un tutto che pare svelare un segreto da celarsi nel tempo nella chiesa, la cui guglia dell’immaginario fulmine deve aver percepito un segreto che forse si lega alle scritture sacre per il prossimo a venire.
È irreale lo scenario immaginato inconsciamente da van Gogh che, deve averlo percepito al “nero”, con l’oscuro e alto cipresso che si staglia in un tempo del futuro.

Vincent van Gogh (1853-1890) – Autoritratto
Mi viene in mente l’opera degli alchimisti che indagano sul futuro spogliandosi della loro realtà fisica disponendosi in una tomba, in quel nero “cipresso”, e affrontano la “morte” iniziatica nell’intento di giungere ad una “primavera” dell’anima.
É una sorta di “Primavera” che ad un certo punto attende uno dei tanti alchimisti, un esperto e paziente Leo, in trepido ascolto, in “Avviamento all’Esperienza del Corpo Sottile:
«Noi dobbiamo cercare di avvertire accanto ad ogni impressione sensoria una impressione che la accompagna sempre, che è di genere del tutto diverso ‒ risonanza in noi della natura intima, sovrasensibile delle cose ‒ e che ci penetra dentro silenziosamente.»
E cosicché lo Spirito Universale sovrasensibile si rispecchia nella sensorialità umana ed è così che, accanto a quella abituale, verrà a crearsi un nuovo tipo di sensazione.
Fino a quel momento, vi sarà il fervore occulto del prepararsi alla rinascita: ci si troverà in una situazione analoga a quella dei primi incerti giorni successivi all’equinozio, nei quali la natura sembra, pur operosamente, ancora in “Attesa di Primavera”.
Non meraviglia pensare che effettivamente si possa percepire in alcuni luoghi, un senso di sacro che li pervade, la forza del quadro di van Gogh; di sentirla vibrare come se il dipinto fosse abitata da qualche energia invisibile ben presente.
Gli antichi romani che conoscevano questa possibilità percettiva avrebbero risposto: “Nullus locus sine genio est!” (“nessun luogo è senza genio!”). Così scriveva nel suo Commento all’Eneide Servio, relatore latino vissuto tra il IV e il V sec. d.C.
Egli diceva: Per i Latini, il “genio” lo si poteva trovare sia nell’animo di ogni persona, che in quello di qualunque luogo, che fosse un monte, un bosco, un fiume o una città.
In questo modo, si riconosceva ai luoghi una condizione del tutto analoga a quella degli esseri umani: essi quindi dovevano essere rispettati, amati e valorizzati come delle vere e proprie divinità, diventando personificazioni degli elementi naturali.
Il “Genius loci” veniva individuato sia in luoghi naturali che in località edificate: la conditio sine qua non era solo quella che ad essi doveva essere riconosciuta una particolare “forza” e capacità di influenzare le persone che vi abitavano.
Il Genius Loci
Ogni angolo della nostra terra ha un’energia ilomorfica, termine composto derivato dal greco antico ὕλη (hyle, «materia») e μορϕή (morfé, «forma»), e vuole significare che ogni ente materiale è costituito da materia e forma.
In particolare all’ilemorfismo fa riferimento la dottrina aristotelica dell’anima.
Per questa ragione tutte le culture tradizionali e sapienzali erano animate da un’interpretazione sacrale del territorio, quale manifestazione simbolica.
Ogni luogo, in cui gli uomini abbiano lasciato segni anagogici della loro presenza, implicitamente hanno avuto una propria identità contemporaneamente irripetibile e universale.
Si tratta di un’energia ilomorfica, appunto, ovvero dell’esistenza di “luoghi di potere”, dove è possibile esercitare la “seconda attenzione”, o percezione sottile, il telema mercuriale.
Rispettare un “territorio”, proteggendolo ecologicamente invece di distruggerlo, significava quindi permettere alla sua energia di vivere, di sopravvivere nel tempo e di giungere sino a noi.
Di qui la scelta della fondazione di una città, per esempio, era ritenuta cosa sacra perché sacro era ritenuto l’abitare, cosa che prevedeva primariamente l’individuazione del luogo idoneo per stabilire un nucleo urbano, in base a conoscenze di tipo cosmologico e divinatorio, ancorché geologiche e naturali.
L’insediamento, in tal modo, diveniva il luogo in cui poteva esercitarsi la sacralità dell’abitare il microcosmo in simbiosi con il macrocosmo.
Lo scopo della fondazione rituale di un luogo consisteva però anche nel “dovere scendere a patti” con il Genius Loci del luogo in cui si costruiva.
L’energia propria al luogo naturale veniva richiamata e invitata a “collaborare” con gli abitanti di quell’insediamento.
Gli antichi ritenevano che, all’identità propria al luogo, si sommasse l’energia propria alla sedimentazione dell’abitare e degli abitanti del luogo, generata dalle loro attività – sacre e/o profane – nel territorio.
In età moderna ritengo che resti saldo ancora il principio dell’esistenza del Genio del luogo abitato e frequentato dall’uomo.
Oggi in particolare questo principio è associabile alla nazione oppure alla terra natia, capace di infondere pensieri, temperamenti e modi di esprimersi tipici del gruppo cui si appartiene.
In alchimia la rete del Genius Loci, che è il Leone verde, è “magnetica” una particolare proprietà che gli consente di pescare il frutto dell’opera al nero, il “Reuccio”, l’ “Ictus”, un singolare pesce noto in tanti nomi.
A questo punto, resta da capire come rintracciare il Genius Loci che governa un luogo, individuandolo nella Terra, con le strade, fiumi e altro.
È facile capire che si tratta del complesso reticolo di segni, proprio delle mappe topografiche terrestri, che è la fonte del magnetimo.
Il concetto di magnetismo può essere capito bene esamindo lo scenario del dio Osiride in un papiro della XVIII dinastia dei faraoni dell’antico Egitto.
Il concetto di magnetismo astrale eterico
in un papiro della XVIII dinastia
dei faraoni dell’antico Egitto.
Scena del giudizio finale del papiro di Ani
della XVIII dinastia dei faraoni dell’antico Egitto
conservato nel British Museum di Londra.
Da un papiro della XVIII dinastia dei faraoni dell’antico Egitto rinvenuto nella tomba dello scriba Ani e conservato nel British Museum di Londra.
L’immagine ritrae la fase del giudizio finale dello scriba Ani: la prova è superata e Ani viene condotto alla presenza di Osiride (ma non si vede), seduto in un tabernacolo a forma di sepoltura.
Nell’immagine completa Anubi, dalla testa di sciacallo, pesa il cuore di Ani mentre Toth dalla testa d’ibis, protettore della magia, scrive col calamo il verdetto. (Tratto dal 4° vol. dell'”Enciclopedia della Civiltà atomica”, ediz. Il saggiatore)
Osiride era il dio dei morti, legato al ciclo di vita e morte e al concetto di eternità. Era anche associato alla vegetazione, alla fertilità.
Notare il corpo di Osiride disegnato con moltissimi segni particolari posti verticalmente nel suo corpo per indicare la sua costituzione “Magnetica”, e tutto nel suo tempio funerario contribuiva a questa funzione per il suo giudizio di Ani sulla sua costituzione “magnetica” idonea per il gran viaggio vitale.
Notare che anche i serpenti in alto e la fascia muraria sotto la lunetta di copertura hanno il segno analogo del magnetismo di Osiride, come numerosi piccolo magneti.
Fine prima parte.
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