di Gianpiero Perra.
Pericle non aveva ancora capito che cosa avesse spinto i carabinieri a cercarlo in casa sua, che era in realtà la casa del padre, e non si dava pace, ma quel giorno in quei momenti c’era stato poco da pensare.
Con quelli più che pensare era sempre meglio fare, far correre le gambe per andare a nascondersi alla loro vista e non farsi trovare mai.
“Io non ho fatto niente! Cosa vogliono da me quei carrabusus” mormorava quando la rabbia prendeva il sopravvento sugli altri sentimenti, che erano l’odio e il disprezzo, dimenticandosi che a quel punto ormai solo la ragione avrebbe dovuto guidarlo. Ma quella gli aveva fatto sempre difetto.

Arauli (Ardauli) – Or.
Dalla collina poteva vedere chiaramente il suo paese e controllarlo e, nei giorni luminosi, a volte riusciva a distinguere i movimenti dei carabinieri attorno alla caserma di Arauli, che stava nell’unica piazza del borgo, nel suo nucleo più antico, piazza Loru, e persino a individuare la figura e il viso dei paesani, sebbene non tanto da riconoscerli chiaramente e da riferirli a persone a lui note.
Da lì in alto, Pericle sorvegliata e controllava. Controllava soprattutto i movimenti di sa giustizia ma anche quelli dei compaesani, specie degli antipatici che, troppo spesso, erano soliti divertirsi alle sue spalle e che, per due soldi o per vanagloria, o per farsi belli agli occhi dei carabinieri diventavano delatori.

Ma dimenticavano di essere essi stessi pecore nere dall’anima sporca e responsabili nemmeno troppo occulti spesso di abigeato, talvolta di delitti più gravi, anche se frequentemente rimanevano impuniti grazie alla loro scaltrezza e alla scarsa conoscenza che i carabinieri avevano di quel mondo che ritenevano assurdo e di quei luoghi che per loro erano troppo complicati e segreti.
Le forze dell’ordine, quindi, erano preda di una grande frustrazione. Era molto frequente che non riuscissero a cavare un ragno dal buco, finendo così per abbandonare le indagini al proprio destino e lasciando i colpevoli a continuare da impuniti la propria vita e le proprie imprese banditesche.

Arauli era il suo paese perché ci era nato e lì era cresciuto. Ma Pericle ci viveva appartato e solitario, più per una sorta di ostracismo da parte dei suoi compaesani che per la sua indole schiva, che purtroppo però aveva e non lo agevolava nei rapporti umani.
Per giunta, gli araulesi, oltre che maldisposti nei suoi confronti per colpa del suo carattere difficile, lo schivavano anche per via di quel suo strano nome che non si era mai sentito in paese o altrove.
Ma che nome era quello? Ma neanche le bestie, dicevano, erano chiamate così, neanche i cani che prendevano calci in culo da tutti.
Anche quelli avevano un nome decente al quale rispondere ad ogni ordine o fischio del padrone. Non era per niente dignitoso quel nome, insistevano. Ma a Pericle piaceva tanto e ne andava fiero!

Arauli era un pugno di vecchie case, tutte in ladiri e col tetto in tegole di coppo sardo, nelle quali l’ambiente principale, dove solitamente si svolgeva la vita, era la grande cucina, in cui troneggiava un largo camino che serviva al riscaldamento delle persone e nel quale le donne preparavano i pasti nei capienti paioli di rame o nelle grandi graticole fatte abilmente dagli uomini con ferro di risulta.
Attorno al suo focolare si trascorrevano le poche ore della giornata rimaste prima del sonno ristoratore.
Le camere da letto, poche e buie, erano generalmente situate al piano di sopra, al quale si accedeva con strette e sgangherate scale dai gradini di legno che cigolavano ad ogni passo.
In ognuna di esse ci dormiva più d’una persona e la loro illuminazione era affidata a fioche lampade a petrolio che venivano spostate nell’abitazione dove servivano.

Erano case rustiche con davanti un cortile in terra battuta, polveroso d’estate e fangoso d’inverno, e la presenza di animali domestici e d’allevamento le trasformava quasi in stazzi, dove gli umani erano costretti a convivere con le bestie, per necessità e per convenienza.
In un angolo del cortile era immancabilmente presente il forno, dove le abili mani delle donne cuocevano il pane carasau e tutte le altre forme di pane del territorio.
Il cortile delle case, quindi, diveniva sistematicamente anche lo stazzo, dove venivano allevati gli animali utili e necessari al sostentamento della famiglia.

Possederne uno altrove, nelle campagne appena fuori dal paese, era un lusso per quasi tutti gli araulesi, ed era un lusso di quei pochi che, essendo riusciti ad ingrossare il loro gregge di pecore con l’abigeato, si trovavano nella necessità di ricoverare i numerosi animali trafugati in ampi spazi e che proprio grazie a quella pratica illegale potevano disporre dei denari necessari a pagare l’affitto dei terreni.
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