domenica, 11 Ottobre, 2026 8:07:22 PM

Un romanzo di Gianpiero Perra – “Oltre il mare” – Parte I.

SINOSSI

Pericle è un giovane pastore sardo di fine anni ’40 e primi anni ‘50, portatore di un nome molto insolito, specialmente nei luoghi in cui vive.

Chiamarsi Pericle gli procura il ludibrio dei compaesani e lo rende una persona isolata. Solo l’amore per Assomption, in arte Belledda, una prostituta forse sudamericana, forse di qualche altro esotico e sconosciuto paese ma in realtà guadalupa, che esercita nel casino cittadino, lo libera dall’isolamento e gli dona una ragione di vita che gli consente di sognare di poter progettare con lei un futuro nuovo, magari oltre il mare che, come tutti i sardi del tempo, vede con diffidenza ma con necessaria speranza, nelle terre che Pericle non ha mai visto e delle quali nulla sa.

Tarquino Sini – Uomini di Teulada

L’assassinio della giovane prostituta lo vede come principale sospettato, agli occhi del maresciallo dei carabinieri e del magistrato che si occupa del caso.

Pericle è costretto, non avendo modo di dimostrare la propria innocenza, alla latitanza, alla quale porrà fine un evento drammatico.

Tutta la storia si svolge in un ambiente agro-pastorale di un ipotetico paese del centro Sardegna nell’immediato secondo dopoguerra e si intreccia con gli interessi poco puliti dei notabili del paese e della squallida maitresse del bordello.

Giuseppe Biasi “Teresita” (dettaglio) – 1919-1920 – Collezione De Montis

PARTE I

Il cielo avvampò all’improvviso, tanto che sembrò come acceso da un fuoco rosa. Una calda luce lo soffuse tutto e sciolse le ombre del buio.

E il buio, come accadeva sulla terra dal primo giorno della Creazione, fu costretto a nascondersi tra le braccia della notte, che se ne stava rintanata nella sua oscura alcova, in attesa di poter ridistendere sopra il capo degli uomini il suo impalpabile e cupo velo.

Era di nuovo giorno. Un giorno torrido d’estate, caldo e afoso, con l’umidità che si poteva quasi toccare, nell’aria e sul corpo della gente e bagnava gli indumenti appiccicandoli al dorso e al petto delle persone come una seconda pelle umida e viscida.

Maria Lai – Tenendo per mano il sole (1984)

Era l’estate della Sardegna, dell’entroterra del centro dell’isola, che tutto rendeva immobile, cose, animali e persone.

Le persone rallentavano ogni attività, anzi sostavano, zuppe di sudore, fiacche per l’alta temperatura ambientale e per l’umidità che spingeva a risparmiare le poche energie e a riservarle e spenderle per azioni indispensabili alla sopravvivenza.

Era necessario, persino, risparmiare il fiato, in quell’aria spessa e irrespirabile che opprimeva da secoli la gente e rendeva difficile la vita degli abitanti di quelle aride e povere terre.

Gli animali, specie le pecore e le capre delle greggi, approfittavano della fiacchezza degli uomini per fermare, finalmente, il peregrinare per le piane spoglie e per garantirsi riparo e quiete sotto l’ombra della macchia e delle fronde delle antiche querce che sorgevano fitte come silenziose custodi del bosco.

Filippo Figari (1885-1973)

Nell’attesa, quegli animali stanchi e smunti speravano di poter brucare avidamente, nei prati che si estendevano ai margini, le erbe che vi crescevano scarse e poco rigogliose, nella vana attesa che il clima divenisse più clemente.

Persino l’aria era ferma. Sembrava che anche il vento, quello stesso vento che d’inverno faceva un freddo cane che penetrava le ossa e che in estate talvolta dava refrigerio imperversando con le sue fresche brezze, avesse abbandonato quei luoghi, che diventavano così talmente afosi da essere quasi malsani.

Filippo Figari ((1885-1973)

Lo diceva sempre ziu Paulleddu, il mezzadro della famiglia Scalas, le cui proprietà si estendevano per ettari, confinando per larghi tratti con quella dei Lasio, latifondisti e allevatori, proprietari di un gregge di 500 pecore, che lì d’estate si moriva.

Troppo caldo, campagna troppo assolata con poco riparo, poche sorgenti d’acqua da poter bere e bagnarsi.

L’unica fonte in grazia di Dio si trovava a centinaia di metri e bisognava addentrarsi molto nel bosco, dopo le querce secolari, nel castagneto oramai in abbandono di proprietà dei conti Puddu-Crobu, eredi acquisiti per matrimonio di antica data, dei nobili Martinez, arrivati in Sardegna con la dominazione spagnola.

Tona Scano – Donna in costume 

Tutto il paese conosceva la storia della povera ma bellissima Adelaide, una mora dai capelli folti e crespi, figlia di Caterina Crobu e di Giosuè Puddu, miseri braccianti al servizio di tutti i proprietari terrieri che avevano necessità di braccia per i campi da coltivare.

Di lei si era invaghito, fino a perdere la testa, il rampollo dei Martinez, nobili spagnoli insediatisi in Sardegna per volere del re di Spagna.

Filippo era alto e biondo, gli occhi di un verde limpido e acceso, il portamento altero e l’incedere sicuro.

Quando si manifestò alla ragazza, anche lei, abbagliata da tanta bellezza e dalla nobiltà del casato e dell’animo del giovane, cedette all’amore, e insieme a lei cedettero i genitori che volentieri la diedero in sposa al nobile spagnolo.

Edoardo Chicaharro y Agüera – Ritratto di Bartolomeo Demutras

Il giovane trovò, però, non poche resistenze all’interno della famiglia, ma la ebbe vinta grazie all’intesa felice che aveva con la madre e all’amore che da sempre riceveva da lei a piene mani.

La bella e pia contessa Isabella di Alcaraz vinse le resistenze del conte Antonio Martinez, il quale fini` per acconsentire all’unione del figlio con la bellissima ma poverissima Adelaide.

Fu così che i due giovani poterono unirsi in matrimonio, che fu celebrato, però, all’alba in una chiesetta di campagna lontana dal paese e da sguardi indiscreti, unica concessione che il conte Antonio riuscì a strappare alla dolce consorte.

E non ci furono festeggiamenti, come desiderato dagli stessi sposi, per sfuggire alla inevitabile morbosa curiosità della gente.

Gianpiero Perra.

FINE PARTE I.

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