“Oltre il mare” – Parte IV
Quasi sempre l’ingresso alla casa avveniva, attraverso un ampio portale di legno grezzo, direttamente al cortile, dove sostava il carro di coloro che ce lo avevano e, in un’angusta e puzzolente capanna in legno e canne, il cavallo o il mulo o l’asino, se ce l’avevano, che servivano a trasportare le proprie cose o quelle dei compaesani disposti e capaci a pagare il servizio.

Arauli (Ardauli) (OR)
Le strade del paese si intersecavano con un disegno quasi geometrico frutto del caso. Erano tutte lastricate di ciottoli rotondi e lisci, pietre pescate e scelte con occhio esperto dalle maestranze del luogo nel ruscello che, tra l’abitato e il Monti Nou, scorreva quasi sempre lento e canterino, divenendo impetuoso e quasi fragoroso solo d’inverno, quando le piogge abbondanti lo gonfiavano, col contributo della neve che in quei posti si scioglieva molto presto, il rio “perdosu”, come lo chiamavano gli araulesi perché, quasi sempre asciutto, mostrava nel suo letto la ricchezza di quei ciottoli di cui erano lastricate le loro vie.

Arauli (Ardauli) (OR)
La maggior parte delle vie di Arauli erano stradine, poco illuminate al calar della sera, che salivano a gradoni verso la parte alta del paese, che era disposto a formare quasi un rettangolo ai piedi della montagna.
In realtà si trattava di una collina non di una montagna, ma gli araulesi la chiamavano “su monti”, che, per motivi oscuri ai più, era stato battezzato dagli antichi abitanti col nome di Monti Nou.
Forse perché il primitivo nucleo di persone che fondò il borgo di Arauli arrivava da una zona selvaggia, quasi isolata, nella quale si abitava in capanne costruite negli angusti spazi tra i lecci antichi che guardavano da secoli un monte che a volte, quando le nuvole lo coronavano, sembrava fumasse.

Arauli (Ardauli) (OR) – Ponte Tirso
Quelle persone avevano abbandonato, quindi, un antico villaggio sotto un vecchio monte per un nuovo villaggio sotto un nuovo monte, su Monti Nou.
L’attività più diffusa nel paese era quella pastorale, che spesso sconfinava nell’abigeato, mentre poco era praticata l’agricoltura perché tutto ciò che dalla terra serviva c’era già in casa.
Nei cortili dietro casa, spesso trasformati in orti, infatti, quasi tutti coltivavano quel poco di verdura necessaria per la cucina, insalata, pomodori, qualche zucchina, poche melanzane, il prezzemolo.
E chi aveva un poco di terra in campagna coltivava qualche albero da frutto, oltre ai legumi che spesso e volentieri finivano sulla tavola al posto della carne, che era un miraggio, legumi che venivano trasformati in caldi e fumanti minestroni, spesso farciti di larghe fette di pane e, quando era il tempo, di zampe di maiale insieme alle quali il minestrone cuoceva a lungo a fuoco lento.

Arauli (Ardauli) (OR)
La conclusione più tragica dell’abigeato era quindi la morte per mano dell’offeso, quella meno tragica ma più vergognosa e assolutamente da evitare era la prigione, della quale era più onorevole la latitanza.
L’organizzazione familiare era basata essenzialmente sul matriarcato, ma alle donne era quasi preclusa la partecipazione alla vita sociale.
Tutto in casa era a conduzione femminile, e non solo le faccende domestiche, come la pulizia e la preparazione dei pasti, ma anche la gestione quotidiana dell’economia familiare e la programmazione delle sue attività.

Monte Ortobene – Crinale Monti Nou (SU)
Ma fuori dalle mura domestiche le donne uscivano solo per andare in chiesa a pregare o a comprare, raramente, le poche cose non già possedute o non preparate a casa o in campagna.
La notte, quando i pochi lampioni stradali punteggiavano Arauli di una tenue luce, il paese appariva quasi come un presepe.

Monte Ortobene – Crinale Monti Nou (SU)
Eppure, dentro quel presepe non tutti erano buoni pastori ed angeli candidi. Nella penombra e negli angoli nascosti il demonio malvagio spesso portava cattivi consigli e gli uomini compivano brutte azioni che non piacevano a sa giustizia che, come da convinzione diffusa ad Arauli, non aveva bisogno di incentivi per perseguire e osteggiare, per cui tutti gli araulesi la rifugivano come la peste, come il peggiore dei mali, il nemico numero uno che perseguitava a priori perché convinta che fosse sempre applicabile l’equazione pastore uguale abigeatario, abigeatario uguale latitante che fugge dall’assassinio e assassino allo stesso tempo.
FINE PARTE IV.
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