di Rita Farneti.
Jane Austen ci ricorda che la felicità non è dove tutti la cercano, non ha una strada uguale per tutti, ma è importante scegliere la propria direzione, senza paura, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Quando scegliere se stessi significa deludere gli altri dobbiamo non solo assumere consapevolezza che non esiste una vita perfetta, ma anche che la vita ci appartiene.

Jane Austen (1775-1817)
Siamo noi i registi della medesima e le nostre azioni e reazioni diventano gli attori di un copione che non può essere improvvisato, ma che pur fra sbagli e sofferenze, deve avere una direzione, nutrirsi di una finalità, assumere dunque un senso.
La domanda, quasi ovvia, appella ad interrogarsi se si stia cercando la propria felicità oppure si diventi un clone di quanto altri hanno deciso per noi, inconsapevoli comparse di un copione scritto da altri, mimando un benessere che è spesso solo l’espressione brutale di pulsioni che prendono il sopravvento al di là di una serena valutazione delle medesime (pulsioni) e delle conseguenze che possono cagionare.

La felicità nell’arte:
Pierre-Auguste Renoir – “Donna con un gatto” (1875)
Vittorino Andreoli addebita questo sommovimento di atti e misfatti ad un agire prima di pensare, bruciando così la possibilità di fare scelte che paghino, per dare volto e voce invece alla mera espressione di pulsioni che pur trovando appagamento immediato fanno deserto fuori e dentro se stessi.
Proprio perché si brucia in senso lato e metaforico la possibilità di comporre un pensero che porti in una direzione, pensiero che accompagni l’azione anche attraverso sacrificio, impegno, consapevolezza di una fatica da affrontare, che comunque occorre mettere in conto e di certo non può annullarsi nel vuoto interiore.

Alessandro Siviglia – “Felicità” (2018)
Esiste una domanda che prima o poi occorre porsi: sto cercando la mia felicità o quella che gli altri hanno scelto per me?
Sembra una distinzione banale ma comporta comunque l’esercizio del dubbio in coloro che riescono ad assumerne consapevolezza. Non è il solito di cartesiana memoria cogito ergo sum, piuttosto è il dubito ergo sum.
Crescere impone fare i conti con le aspettative della famiglia, con il giudizio degli amici, travagliati dal conflitto se rendere felici gli altri oppure ambire unicamente ad un soggettivo appagamento, soprattutto se aderire ai diversi modelli che la società continua a proporci, anche imporci e quale con giusta ragione essere in grado di poter scegliere.

Buddha di Bamiyan – VI sec.
Distrutta dai Talebani
Jane Austen lo aveva capito più di due secoli fa. Nel suo celebre romanzo Ragione e sentimento, pubblicato nel 1811, troviamo una frase che conserva ancora oggi una sorprendente attualità: Aspiro, come chiunque altro, a essere felice; e come chiunque altro voglio esserlo a modo mio.
Poche parole che racchiudono un desiderio universale, ma anche una piccola rivoluzione: il diritto di cercare la felicità senza dover necessariamente seguire la strada tracciata dagli altri perché la felicità non ha una formula uguale per tutti.
In Ragione e sentimento, queste parole vengono pronunciate da Edward Ferrars, un giovane che non desidera la fama e il prestigio immaginati per lui dalla famiglia.

Marc Chagall – “La promenade” (1917/1918)
Edward sogna qualcosa di molto più semplice: una vita che gli somigli. Non vuole distinguersi a ogni costo, né inseguire un successo incapace di renderlo felice.
È una scelta che, nella società inglese raccontata da Austen, richiede una certa dose di coraggio. Ed è proprio questo il cuore della riflessione.
Essere felici non significa necessariamente avere tutto, ma riconoscere ciò che conta davvero per noi. Per qualcuno la felicità può essere una carriera brillante, per altri una vita tranquilla, un amore sincero, la libertà di viaggiare o il tempo da dedicare alle proprie passioni.

Pablo Picasso – “Donne che corrono sulla spiaggia” (1922)
Nessuna di queste aspirazioni vale più delle altre. Il problema nasce quando cominciamo a desiderare qualcosa soltanto perché ci hanno insegnato che dovremmo desiderarla. Uno degli aspetti più affascinanti di Ragione e sentimento è il modo in cui Jane Austen racconta lo scontro tra ciò che proviamo e ciò che il mondo si aspetta da noi.
Attraverso le vicende delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood, la scrittrice esplora due modi diversi di affrontare la vita: il controllo delle emozioni e l’abbandono ai sentimenti.
Due atteggiamenti apparentemente opposti, che finiscono però per rivelarsi meno inconciliabili di quanto sembrino.
Anche oggi viviamo qualcosa di simile. C’è chi sceglie un’università per non deludere i genitori, chi rimane in una relazione perché teme la solitudine, chi rincorre un lavoro prestigioso senza chiedersi se lo desideri davvero.
C’è chi ritiene i beni materiali beni di sostanza e non semplici oggetti la cui mancanza slivella una propria posizione sociale.
Aggiungo anche che c’è chi cerca di riempire un vuoto di identità ricorrendo ai social, al potere che potrebbe assumere la stessa AI ma al tempo stesso formulo la domanda per me legittima: chi controlla il controllore?!

Agnolo Bronzino “Allegorìa della felicità” (1564)
A volte siamo così impegnati a costruire una vita che gli altri possano ammirare da dimenticarci di costruirne una nella quale stare bene.
Austen ci invita a guardare oltre le apparenze, ricordandoci che una scelta può sembrare perfetta agli occhi del mondo e rivelarsi completamente sbagliata per chi deve viverla.
Ragione e sentimento si limita a riassumere il coraggio di essere felici a modo proprio, anche quando nessuno ci capisce, perché cercare la propria felicità, però, non significa fare sempre quello che si vuole, ignorando tutto e tutti.
Significa piuttosto imparare ad ascoltarsi, distinguendo i desideri autentici dalle aspettative che abbiamo assorbito nel tempo.
Un esercizio tutt’altro che facile, soprattutto quando abbiamo paura di sbagliare o di perdere l’approvazione delle persone a cui vogliamo bene. Sono passati più di cento anni dalla morte di Jane Austen, inimitabile scrittrice britannica il cui messaggio ancora è in grado di sommuovere ed anche confortare.

Ksenia Odintsova – “Psicologia della felicità” (2024)
Come afferma Italo Calvino nel famoso dialogo fra Marco Polo e l’imperatore abbiamo bisogno di cibarci della nostra stessa umanità non perdendo la speranza che violenza e disperazione possano avere il sopravvento.
L’inferno dei viventi non è qualcosa che verrà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abito tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino a non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Pensiamo a quanto spesso confrontiamo la nostra vita con quella degli altri. C’è sempre qualcuno che sembra essere più avanti: un amico che si laurea prima, un coetaneo che ha già trovato lavoro, una persona che sui social mostra una immagine accattivante in grado anche di manipolarci.

“La felicità” (o Eudemonia, dea)
E così finiamo per misurare la nostra felicità con il metro di qualcun altro. Ma non essere dove sono gli altri non significa essere rimasti indietro.
Ognuno ha i propri tempi, le proprie priorità e, soprattutto, una diversa idea di ciò che rende una vita degna di essere vissuta.
Non esiste una vita perfetta, ma una vita che ci appartiene.
Forse il messaggio più prezioso nascosto nelle parole di Jane Austen è che la felicità non dovrebbe essere una gara.
Non c’è un traguardo universale da raggiungere, una lista di successi da spuntare o un’età entro la quale aver capito tutto.
Esistono strade diverse, cambiamenti di direzione, errori che insegnano qualcosa e desideri che si trasformano mentre cresciamo.

Frida Kahlo – “Diego nella mia mente” (1943)
La frase di Edward Ferrars, riletta oggi, ci lascia allora con una domanda tanto semplice quanto importante: se nessuno potesse giudicare le nostre scelte, vivremmo esattamente la vita che stiamo vivendo?
Forse non tutti avrebbero il coraggio di rispondere subito. Ma è proprio da questa domanda che può cominciare qualcosa di nuovo.
Perché essere felici a modo proprio non significa trovare una vita senza difficoltà, ma avere la libertà di riconoscersi nella propria. Anche quando è diversa da quella che gli altri avevano immaginato per noi
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