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Ingmar Bergman, Maria von Rosen – “Tre diari”

di Rita Farneti.

E’ indubbio che “Tre Diari” sia un testo ove s’intrecciano diverse sensibilità, rappresentando vari  vissuti della malattia oncologica e della morte (I.Bergman e Maria von Rosen, Tre Diari, Iperborea Milano, 2008, traduzione di Renato Zatti n.d.r.).

La stesura, curata da Bergman stesso, coinvolge il regista, la moglie Ingrid e la figlia Maria: lo stile è  scarno ed il lessico, essenziale, privilegia annotazioni, riflessioni , complessivamente  rappresenta flashes di vita quotidiana.  

Sono per lo più accenni, dettagli  che portano a riflettere, considerazioni rese in forma di note a piè di pagina, intensamente sofferte e forse per questo ancora più potenti e penetranti.

Nel complesso l’opera si propone come  una narrazione biografica essenziale,   ricca di appunti : ogni autore privilegia un proprio punto prospettico in sintonia con un dolore personale   dignitosamente confessato.

Ingmar Bergman (1918-2007)

Se di  Ingmar Bergman conosciamo  l’abilità di regista e gli aspetti di  una vita sentimentale complessa,  in questo testo incontriamo l’uomo, il marito, il padre.

Il racconto doloroso della malattia  oncologica della moglie Ingrid esprime  lo  sgomento di un compagno costretto dalla sorte al ruolo di impotente e desolato spettatore dell’altrui inevitabile perdita scandita dentro un tempo di morte sempre più incombente.

La morte, l’aldilà, il trascendente, la fine drammatica della vita umana, il dolore fisico dell’uomo storico  hanno già avuto ampio spazio nella cinematografia di Bergman.

Questo libro si discosta perché accoglie e  rivela ancor di più la fatica del quotidiano, il peso fisico e mentale di   un’organizzazione domestica che possa normalizzare una giornata  sotto la spinta del  bisogno di rendere il tempo di vita il più possibile avulso dalla malattia.

Ingrid von Rosen (1930-1995)

La malattia oncologica, se particolarmente aggressiva, viene spesso vissuta  come segno di  una vita ingiustamente amputata e  dunque spesso attraversata con asettica rassegnazione, desiderando piuttosto  un tempo ancora vivo  e non solo scandito da funzioni biologiche ancora vitali.

Il nostro inconscio infatti  non si sottomette alla verità della morte dentro la  vita e, come recita una popolare canzone di Vasco Rossi, si vuole “…trovare un senso (…) a questa vita/anche se questa vita un senso non ce l’ha (…) perché domani arriverà lo stesso”.

Nel 1971 Bergman e Ingrid von Rosen cominciarono una nuova vita insieme: sarà un matrimonio felice, ventiquattro bellissimi anni di assoluta simbiosi, una continua silenziosa conversazione interiore, drammaticamente interrotta quando, nell’autunno del 1994, Ingrid scopre di avere un cancro allo stomaco.

Ogni giorno per sette mesi Ingmar, Ingrid e Maria scriveranno della loro impotenza davanti al progredire della malattia, saranno i testimoni di una sofferenza profonda che li spingerà alla ricerca di risorse per evitare il disgregarsi del loro mondo interiore.

Maria von Rosen

Una ricerca ostinata di routine, un accanito concentrarsi sul lavoro, le regie del Misantropo, delle Baccanti e di Madame de Sade seguite a ritmo battente, la cronaca dei piccoli fatti quotidiani sembrano un salvifico rituale per non soccombere a una tragedia di cui il regista conosce già l’ineluttabile corso con battute, volti, reazioni.

Per l’autore questo testo, scritto a 6 mani, e reso pubblico solo dieci anni dopo averne definito la stesura in modo completo, è una testimonianza.

Nella lucida autoanalisi di ogni moto dell’anima, in quell’oscillare tra speranza e disperazione, tra coraggio e paura, tra infinita tenerezza e crescente estraneità, tra  desiderio di dipendenza e istinto di fuga, si disegna un  dramma umano che accomuna gli uni agli altri cercando un’interpretazione meno devastante della perdita e del lutto che la seguirà.

Crudo e realista come già nel 1987 aveva ammesso di sentire  la vita il regista stesso: “…giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose (…) mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà. (Ingmar Bergman, “Lanterna magica”, autobiografia, 1987)

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