domenica, 4 Dicembre, 2022 9:03:03 AM

Quando a Bari qualcuno cominciò a parlare di teatro

di Gianni Pantaleo.

Ha una sua storia teatrale questa città. Una storia fatta di palcoscenici improvvisati, di sedie messe lì a mo’ di platea, di tendaggi da sembrare sipari. Non si può dire che sia stato un teatro “minore”. Ma era l’inizio. Ed è un peccato lasciare che attori e autori si perdano nella memoria, sceneggiature stese di notte intorno ad un tavolino di una qualsiasi stanzetta di un qualsiasi quartiere di Bari, siano riposti in un cassetto dimenticato. Tentare di raccontare, di narrare, di favoleggiare storie, vicende, fatti reali o di fantasia, ma tutto per un solo scopo: riunirsi in un “sottoscala” e cominciare a recitare. E il cielo sa quanti mozziconi di Nazionali senza filtro hanno riempito coperchi di vasetti usati a mo’ di posacenere.

Erano gli anni ’50, a Bari si cominciava a parlare di teatro…

Bari, c.so Vittorio Emanuele II, 1950.

Una carriera fatta di storia. Lei è uno dei pionieri del teatro a Bari. Ha cominciato con il vernacolo?

No, ho cominciato come musicista in vernacolo, oggi diremmo folk singer. Era il 1969. Ricordo già ero fisarmonicista, ero ventenne, e partecipavo ai canti in coro. Il mio primo vero debutto fu al Teatro Piccinni, a Bari con il m° Partipilo, il quale mi invitò a fare il presentatore per un concorso di giovani cantanti. Quella fu la mia esperienza in scena.

Nico Salatino, attore, regista.

E come ha cominciato a interessarsi del teatro?

Subito dopo i servizio militare, a Milano. Gli inizi erano canzoni nel nostro dialetto e tra una canzone  e l’ altra, con dei piccoli monologhi, introducevo e spiegavo quello che era la nostra cultura barese, praticamente cabaret di costume. In quella occasione conobbi i “Gufi” e Anna Mazzamauro, Gianfranco Funari e altri professionisti tra i quali il grande Dario Fo. Le mie esibizioni erano di apertura a questi personaggi. Il premio e il sacrificio di quegli anni furono riconosciuti con un Oscar del Cabaret consegnatomi alla Terrazza Martini di Milano. Quel premio mi incoraggiò a interessarmi di teatro.

Lei è attore, regista e autore: quanto le ha influenzato la sua preparazione di musicista?

Tanto. Conoscendo la ritmica musicale, in simbiosi i testi, mi aiutò a scandire tempi di recitazione perfetti. Una grande importanza per me nelle mie commedie, sono state le colonne sonore, che accompagnano sempre i miei lavori. Musiche originali e non.

RAI, 1958. Si riconoscono: Guglielmo Rossini, Francoise Matinelli, Nico Salatino, Piero De Vito, Michele Campione, Carmela Vincenti, Rita Binetti, Vito Maurogiovanni, durante le registrazioni su Radio Due.

L’importanza dei lavori teatrali.

Quanto è importante la musica nei suoi lavori teatrali?

Molte volte la musica fa il film, ed è un tutt’uno con la sceneggiatura. Un esempio è Sergio Leone, e quanto una colonna sonora sia stata importante. Cito “Il padrino”, “Anonimo Veneziano”, compositori come Francis Lai, Ennio Morricone, Nino Rota stesso, i quali anche solo musica, apprezzavi il film. Questo vale anche in teatro.

La sua prima opera teartrale di lei come scenggiatore?

Qui che ebbi l’occasione a Bari di collaborare con Beppe Stucci, all’epoca titolare dello storico Teatro Purgatorio, il quale insistette perchè tornassi a Bari. A Bari avrei trovato un testo pronto per me: “U’ cazzarizze”, scritto dal prof. Nunzio Ingrosso e Vito Cimarrusti, giornalista. Questo testo fu scritto proprio per me e fu portato in scena debuttando a Bari il 13 dicembre del 1975, proprio al Purgatorio. Il primo lavoro scritto da me fu “Non è pe’ le solde, ma je pe’ le terrìse”, un testo comico da me redatto insieme a Franco De Giglio. Nel 1985 insieme all’astrologa e autrice Franca Mazzei, mettemmo su uno spettacolo che ebbe un notevole successo: “La cere se strusce e la bregessione non camine”.

“Pandemonio switch”, 1979, regia di Giuseppe Colizzi.

“Faust l’alchimista” 1985.

Ha sempre scritto sceneggiature in vernacolo?

No. Fra le tante in vernacolo, ho scritto in lingua. Lavori non solo comici, ma drammatici. “Orfeo ed Euridice” scritto insieme a Deborah Del Frassino, “Il rifugio”, un lavoro di matrice esoterica per il suo contenuto spirituale, nel quale un uomo resta solo e chiuso in un bunker, ritrovandosi solo con sé stesso e con la disperazione di non poter più uscire, affrontando l’angoscia della solitudine “creando” un altro sé ma femminile.

Il verancolo è anche storia di un popolo. Lei si considera un tutore della cultura barese?

Certamente sì. Lo studio approfondito e la ricerca sono materie di tutela di una cultura alla quale appartengo. Uno dei miei maestri è stato Alfredo Giovine e Vito De Fano. Nella cultura di un popolo trovo le radici più profonde che comunicano la cultura di un popolo. Quasi uno studio antropologico che conferma quanto le influenza della Grecia classica e il medio oriente, abbiano influito sulle nostre origini pugliesi.

Anna Maria Tisci e Nico Salatino.

Custode della tradizione teatrale barese.

Quindi lei è un custode della tradizione teatrale barese?

Certamente sì. Bari ha una piccola tradizione teatrale, non storica se si può dire, che praticamente ha pochi decenni di vita. Per scavare nella storia, Bari è stata una delle città pugliesi dove nei testi si ritrovano scritti più rappresentativi del teatro dell’antica Messapia, Taranto, Lecce, Brindisi. Già Plauto nei Menecmi, raccontava di povero fratello che scompare nella città di Taranto durante le feste dedicate alla dea Cerere. Un racconto ambientato in Puglia che conferma le radici già del III secolo a.c.

La condizione attuale del teatro è in difficoltà. Quali soluzioni proporrebbe per una rinascita della attività teatrali?

In questo momento particolare, sappiamo le ragioni, del perché si è fermato tutto. Ma senz’ altro in crescita saranno le arti teatrali a riavvicinare la gente. E non è vero assolutamente vero e questo forse fa felice qualcuno, che noi attori siamo tutti o individualisti e rissosi. A prova di quanto dico, i giornali scrivono di “baruffe” all’interno di noi artisti, di contestazioni volte a “rovesciare” politiche culturali. Tutto materiale non confutabile, perché proprio tra noi artisti, c’è invece una grande solidarietà di collaborazione e sostegno. I separatisti sono rari nel nostro mestiere.

“La peste di Noja” (Noicattaro), 1987.

Maestro: progetto futuro immediato. Glielo chiedo con un forte senso di ottimismo. Ce ne parla? O meglio, ci incoraggia a sperare di vederla nuovamente in scena?

Spero che il ministro Franceschini sia quello che per noi è San Nicola: un miracolo. Che si riaprano cinema e teatri, che la gente torni a ridere e sorridere, che ci si possa di nuovo prendere tutti per mano, perché quello che succede oggi sarà solo un ricordo. Un progetto imminente? C’è. E’ la storia di “Pitagora” ma di più non ne parlo, Perchè vi aspetto in teatro.

E’ storia di una città. Una Bari amata e odiata, una città pigra e solerte, una città di improvvisati e di preparati. Sono le storie di una città e Nico Salatino è parte di questa città.

Gianni Pantaleo.

 

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One comment

  1. che bello! è senza dubbio uno dei personaggi che appartengono alla cultura teatrale/dialettale della ns Citta. E senza nulla togliere agli altri, insieme a Michele Volpicella (amico e collega) dotato di un certo garbo- nell’espressione Dialettale. Ho avuto il privilegio di frequentarlo ,per un certo periodo. Quello trascorso con lui mi ha fatto apprezzare la passione per la sua e mia citta, i vicoli dove si respirava il profumo della gente comune gli scorci storici della città vecchia che pochi conoscono e infine la sua ironia ed il suo prendere la vita con semplicità quasi “alla giornata” per dirla alla Barese.

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