giovedì, 8 Dicembre, 2022 4:39:29 PM

Alice Cooper, shock-rock

di Gianni Pantaleo

Ci sono correnti artistiche che hanno molto influenzato la musica. Non solo, cambiamenti sociali e stili di vita, adottano spesso uno status che condiziona e molto, la creatività e l’immaginazione fino a diventare parte della storia dell’arte e della letteratura. In parallelo, la musica ha sempre accompagnato le avanguardie proponendo suoni e testi della corrente artistica neonata. Gli anni ’70 sono stati anni di enormi rivoluzioni musicali, tanto da potere definire periodi artistici ben definiti e collocati nel tempo ed essere riconosciuti di fatto, come materie di studi nei conservatori e nella ricerca musicale. Siamo a Detroit, inizi anni ’50. La gioventù del golden-age, del benessere, del rock-and-roll, di un dopo guerra fatto di contestazioni e di contestazioni dai canoni conservatori della classe media americana. Vincent Damon Furnier, figlio di predicatori ultra-ortodossi cattolici, frequenta la Church of Jesus Christ partecipando come corista e chitarrista, le domeniche. Dall’ Europa sconfinano un gruppo pop che sarà per decenni il mito dei giovani: i Beatles. Con due suoi amici provano a esibirsi in un talent vestiti come gli idoli europei. Ottenuti un discreto successo e lasciati i “panni” del “chierichetto”, Vincent e i “The Earwigs”, nome della band, si dettero alle riproduzioni di brani dei Rolling Stones, Janis Joplin, gli Who, perfezionando un loro stile musicale che rivoluzionerà tutto il sistema “canoro” degli anni ’70. Ma di band con queste caratteristiche pop-rock era piena l’America. La svolta avviene quando decisero di cambiare nome alla band chiamandola Alice Cooper, pare in “onore” di una strega locale. Fecero di più, cambiarono look: abiti di cuoio, borchie, lame, trucco pesantissimo.

Alice Cooper, Detroit 4 febbraio 1948.

Questa metamorfosi, da autobiografie pubblicate, sia stata adottata dopo la visione del film: ”Che fine ha fatto Baby Jane” con una straordinaria Bette Davis. Quel volto così burlesco, sadico, grottesco, colpì la band che nel tempo identificò ben bene lo stile che sviluppò nella loro carriera artistica. Così come altri personaggi femminili del cinema horror, alle quali Vincent Damon Furnier diede sempre più impronta su sé stesso. Abbandonati i testi soft-romantici, la band propose temi quali la morte, il sadismo, la violenza come contrasto alle sdolcinate canzoni imperanti nello star-system delle case discografiche. Cambiate più volte le band e trasferitosi in Arizona, diventa leader del gruppo Spiders per poi cambiare di nuovo band con gli Nazz. L’insofferenza artistica può avere determinato la maturità di Alice Cooper per una scelta che lo avrebbe distinto fino ai nostri giorni, Alice Cooper è tutt’oggi produttivo, con un salto di qualità tecnica e sonorità di potentissime chitarre elettriche che ben traducevano in suoni, i suoi brani. C’è da sottolineare per, che le tematiche che Alice Cooper cantava, esse non erano di sproni alla violenza o inneggianti alla morte come suprema sintesi del piacere, le sue origini di famiglia retta da un padre predicatore, l’adolescenza negli oratori e vivendo una “fede” estremista che sfiorava il fanatismo religioso, lo avrebbero maturato ad una ribellione spirituale e trasgressiva.

Fonti accreditate, parlano di Vincent Damon Furnier (in arte Alice Cooper), come un uomo da sempre sostenitore dei diritti di uguaglianza, di diritti dei minori, di argomenti che non devono essere travisati nei testi che sono odi rock inneggianti alle passioni e la morte è vista come “amica” con la quale “lottare” perché non sopraggiunga improvvisa trovandoci inermi, passivi. Cito una traduzione di uno dei brani più noti:Detroit City” (2003):

Detroit City (traduzione)

Suonalo forte e veloce

Fai suonare quella chitarra

Gioca come se oggi fosse l’ultimo

Città squallida, città squallida, città strana

Detroit city

Downtown, Motown, la mia città.

Nella violenza della metropoli, Alice Cooper rafforza la sua esistenza con l’amica della sua via: la chitarra. La violenza scatenata dal suo suono, mitiga la violenza della città che la riversa sul cittadino. Si riconoscono evidenti messaggi alla “non violenza”, temi questi che moltissimi artisti affrontano con le loro distinzioni stilistiche sul palco. La svolta artistica arrivò quando con Frank Zappa lo fece scritturare dalla sua casa discografica, dando la possibilità alla band, di esprimersi con le chitarre dai suoni hard. Prese piede il genere macabro, un genere che richiamava e alludeva al cinema gotico, alla letteratura anglosassone della metà del ‘700. Ai racconti di Edgar Allan Poe, storie di amore e terrore, le paure dell’inconscio, i timori provati di fronte all’invisibile, all’ignoto. I concerti di Alice Cooper erano eventi spettacolari con ambienti ricostruiti di castelli medievali diroccati, sotterranei cupi e tenebrosi. In questo dark-space, le chitarre dirompevano dai palcoscenici dei concerti di quell’America puritana e ormai proiettata al liberalismo ideologico sradicando le classi sociali equilibrando diritti e doveri tra bianchi e neri. Divergenze artistiche alla fine degli anni ’70, scindono la band e Alice Cooper si esibisce da solista.

Le prime sue uscite sono con Lou Reed, già stella nazionale dell’hard-rock, intraprendendo partecipazioni cinematografiche con John Carpenter, regista horror e collaborazioni artistiche con Jon Bon Jovi, Aerosmith, Richie Samboa, fino a diventare egli stesso il metro di misura per Marilyn Manson, duettando in uno storico concerto al  “B’ Estival event” di Bucarest, in Romania. E’ del 1989 uno dei brani più forti che alice Cooper dedica al tema dell’amore: “Poison”. Censurato la prima volta per scene in cui la super-model Rana Kenndey compare in un succinto perizoma, sarà poi “scagionato” dalla MTV lanciando il brano in tutti i canali video-music.

Poison (traduzione)

Io vorrei amarti ma è meglio non toccare

io vorrei tenerti ma i mie sensi mi dicono di fermarmi

io vorrei baciarti ma lo voglio troppo

vorrei gustarti ma le tue labbra sono velenose

Gianni Pantaleo.

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One comment

  1. Giuseppe Vivona

    Ottimo articolo. Sono un fan di Alice dal 1990 e, al di fuori delle riviste r forum del settore metal, non ricordo articoli in cui gli si renda giustizia come artista.
    La prima volta che sentii parlare di lui fu da un prete esorcista (la trasmissione credo fosse Domenica In) che “non approvava” la canzone “Prince of darkness”: una canzone stupenda.

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