martedì, 19 Maggio, 2026 6:02:12 AM

Bivona (VV) – Defendente Ferrari: la Madonna del Latte

di Giovanni Francesco Cicchitti.

La Madonna siede davanti a un tendaggio rosso che introduce la scena con una nota intensa e raccolta.

Tra le braccia tiene il Bambino, disteso su un panno chiaro che egli stesso scosta per cercare il nutrimento materno.

Il gesto si sviluppa con naturalezza e trasforma l’immagine sacra

in un momento di vita quotidiana,

in cui la dimensione divina si esprime

attraverso un atto semplice e necessario.

Nel dipinto attribuito a Defendente Ferrari, oggi conservato alla Galleria degli Uffizi, la relazione tra madre e figlio definisce l’intera composizione.

Il Bambino solleva lo sguardo verso Maria e stabilisce un contatto diretto, interno alla scena, che esclude lo spettatore e rafforza l’atmosfera di concentrazione e silenzio.

La Madonna non si offre allo sguardo esterno,

ma resta immersa in un rapporto esclusivo,

che conferisce all’immagine un carattere profondamente intimo.

Questo modo di rappresentare la Madonna del Latte si inserisce in una tradizione diffusa nell’Italia settentrionale tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, particolarmente viva in area piemontese.

La fortuna iconografica del soggetto trova riscontro nel grande polittico della Compagnia dei Calzolai nella cattedrale di Torino, attribuito tra Defendente Ferrari e Martino Spanzotti, e nelle numerose varianti prodotte all’interno della stessa bottega.

L’esemplare già nella collezione Contini Bonacossi rappresenta una delle interpretazioni più equilibrate di questo tema, capace di coniugare devozione e qualità pittorica.

La superficie rivela una cura minuziosa per i dettagli. Il gallone dorato che percorre il mantello, le perle che ne definiscono il bordo, le pieghe nette e incise del tessuto testimoniano un’attenzione che richiama la pittura fiamminga, diffusa in Italia attraverso la circolazione di modelli e opere.

L’influsso nordico si manifesta nella resa materica

e nella precisione descrittiva,

mentre la costruzione complessiva

mantiene un impianto saldo.

L’opera, eseguita tra il 1505 e il 1511 circa con tecnica mista di tempera e olio su tavola e di formato verticale contenuto, circa 75 per 48 cm, si inserisce in un momento di passaggio della pittura italiana, in cui l’eredità tardogotica si intreccia con nuove esigenze di naturalismo e introspezione.

La forza di questa immagine risiede nella sua capacità di rendere visibile il legame tra umano e divino senza ricorrere a effetti spettacolari.
Il gesto del nutrimento diventa simbolo di protezione,
continuità e dipendenza reciproca.
La sacralità si costruisce attraverso la vicinanza, e proprio in questa prossimità si definisce il senso più profondo dell’opera.

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