domenica, 4 Dicembre, 2022 9:20:58 AM

Roberto Bascià e i mandolini italiani HPQ

Di Flora Marasciulo.

ROBERTO BASCIA’, nella foto del quartetto, è il secondo a sinistra col mandolino. L’insegnamento di: “Tecnica vocale e didattica del canto”  nel corso di abilitazione per le classi di concorso AO77, AO31 e AO32 al conservatorio “N. Piccinni” di Bari, nel 2003, mi ha permesso di conoscere Roberto come ci ricorda nell’intervista che segue. Per arricchire il suo già cospicuo bagaglio culturale dirò che è un baritono brillante sottratto alla lirica. Mi ha sorpreso la scelta di sostenere l’esame finale con la tesi dal titolo: “Critica alla tecnica  vocale: da Farinelli al Bel canto”. Roberto la chiama tesina ma è una vera tesi, ben argomentata.

Quando gli ho proposto l’intervista mi ha risposto: “Ma molto molto molto molto volentieri” con 3 stichers di faccine sorridenti. La formazione di questo gruppo è di due mandolini una mandola e una chitarra. E’ un quartetto a plettro romantico in quello classico la formazione sarebbe di due mandolini una mandola e un mandoloncello. Nella partecipazione alla trasmissione di TV 2000 Bel tempo si spera, anche se un po’ lunga, si evince chiaramente il percorso e la spiegazione dei componenti del quartetto che ormai è una realtà musicale italiana DOC . Il mandolino è uno strumento cordofono a plettro della famiglia del liuto. E’ uno strumento musicale antichissimo che ebbe origine ignota (suo primo antenato è l’oud arabo, di cui si hanno notizie già dall’epoca pre-romana) e gran sviluppo nel Cinquecento. Derivato dalla mandola, di cui è più piccolo, se ne differenzia anche per la forma a spatola del cavigliere. In Italia compare nel XVI secolo ed ha avuto particolare diffusione nell’Italia meridionale. Ve ne furono diversi tipi con peculiarità differenti: fiorentino, romano, siciliano, padovano, genovese. Quello napoletano, tuttora  in uso, ha quattro corde d’acciaio raddoppiate all’unisono e con la stessa accordatura del violino (SOL2,RE3,LA3,MI4), cassa ancora piriforme ma assai più bombata, a doghe sottili, tavola armonica smussata inferiormente e protetta contro la frizione del plettro da una placca di tartaruga posta sotto il foro di risonanza, manico stretto con 17 traversine (in origine, bottoni di madreperla), terminante in un cavigliere a spatola lievemente flesso all’indietro come nella chitarra, con caviglie posteriori (oggi munite di un meccanismo a vite per facilitare l’accordatura); le corde sono fissate alla cassa e sollevate sulla tavola da un cavalletto. Tipico dello strumento è l’impiego del plettro (o penna) per ottenere il caratteristico tremolo.  Le più antiche testimonianze dello strumento si trovano in Italia nel XV-XVI secolo, per esempio in un dipinto dell’Angelico raffigurante un angelo che tiene orizzontalmente sul petto un piccolo strumento col manico del liuto, ma suonato a plettro e munito di piastra protettiva.

Nella musica d’arte è stato usato da Vivaldi e da numerosi autori napoletani del Settecento, G. F. Haendel Alexander Balus, A. Vivaldi Concerto per mandolino e orchestra, W. A. Mozart Don Giovanni, G. Paisiello Il barbiere di Siviglia, L. van Beethoven 2 Sonatine Adagio e Andante con variazioni per mandolino e pianoforte. L’Ottocento ebbe un celebre virtuoso nel milanese Pietro Vimercati, ma, salvo rare eccezioni, tra i compositori d’opera nel 1830 Auber nell’opera Fra Diavolo, nel 1855 Verdi ne I vespri siciliani e Otello, non c’era molto interesse per il mandolino. In epoca moderna fu considerato da vari compositori tra cui Mahler, Schönberg, De Falla, Wolf-Ferrari, Casella, Stravinskij.
Dice Berlioz nel suo trattato d’orchestra: Il suono del mandolino ha qualcosa di piccante, spiritoso e originale, insostituibile con altri strumenti, come la chitarra e il violino.

HPQ – Mandolini italiani – Ospiti a BEL TEMPO SI SPERA TV2000

Roberto Bascià nasce chitarrista. Parlaci un po’ di te.  

Intanto grazie per questa bella opportunità. È sempre un piacere parlare del mandolino, perché mi riesce meglio parlare del mio strumento (o dei miei strumenti) e non di me in prima persona. Tuttavia, per dare ai lettori l’idea di chi si stia rispondendo alle domande, al nome di sopra abbiniamo una data di nascita (19 marzo 1976, gemello biologico, non di segno zodiacale!), una provenienza (sono nato a Manduria, in provincia di Taranto, dove vivo con mia moglie Giusy e i miei due figli, Lorenzo e Chiara) ed una professione (insegno strumento musicale – chitarra nell’I. C. Giovanni XXIII di Sava, da ormai 13 anni, dopo alcuni periodi di pre – ruolo nel sud d’Italia). 

 La tua esperienza al Conservatorio di Bari.

Nel 1998 mi sono diplomato in chitarra, allo “Schipa” di Lecce. Nel 2003 ho cominciato a frequentare il Conservatorio “Piccinni” di Bari, per i corsi abilitanti in 3 classi di concorso. Qui ho avuto il piacere e l’onore di conoscere la prof.ssa Flora Marasciulo, con la quale mi sono abilitato con una tesina sul canto nella Scuola del 1° ciclo di Istruzione. Torno al Conservatorio di Bari nel 2008, iscrivendomi alla classe di mandolino con la prof.ssa Cleo Miotti e termino gli studi nel 2015, diplomandomi con il M° Mauro Squillante.

La formazione dell’HPQ

La formazione del mio gruppo è indissolubilmente legata al Conservatorio di Bari. Grazie ai Docenti delle due classi di mandolino, ho fatto parte di diverse ensemble a plettro, dove ho conosciuto i miei amici: Antonio Schiavone (1° mandolino dell’HPQ), Fulvio S. D’Abramo (mandolista) e Vito Mannarini (chitarrista) e con i quali è nato subito un feeling. Abbiamo così deciso, dopo il compimento dei rispettivi percorsi di studi, di continuare “in proprio” questa avventura. Abbiamo scelto il nome: Hathor Plectrum Quartet, in acronimo HPQ, un omaggio alla Dea Hathor, propiziatrice della Musica in quella terra dove nacque l’oud, progenitore di tutti gli strumenti presenti nel nostro quartetto. Da lì in poi è stata una vera e propria escalation. Se qualcuno all’inizio ci avesse pronosticato anche un decimo di quello che abbiamo realizzato in due lustri di attività, sicuramente gli avremmo riso addosso. E invece… In quegli anni di Conservatorio abbiamo conosciuto anche il M° Gaio Ariani, il M° Sergio Vacca e il M° Leonardo Lospalluti, figure integranti dell’HPQ perché perfettamente calati nella cifra del gruppo, che è sempre la massima condivisione di ogni obiettivo. Non ci sono figure primarie; ci sono ruoli, interscambiabili e designabili nel rispetto delle proprie inclinazioni, ma il rispetto reciproco e la chimica che abbiamo creato in questi anni è fuori discussione. Non fai 40 tour all’estero o condividi progetti importanti con persone con cui non vai d’accordo, perché il tempo del concerto è minimo in confronto al periodo da trascorrere in viaggio, dove rispetto, puntualità e comprensione delle esigenze altrui rimangono fattori fondamentali ed imprescindibili.

Descrivici il mandolino.

La riposta a questa domanda dà una reale possibilità di perdersi: nei ricordi, nella gioia, nei sorrisi, nei chilometri e chilometri tra paralleli e meridiani; in una parola: perdersi nelle emozioni, perché la intendo declinata sulla mia personale esperienza. Partiamo dalle origini. Il mandolino mi ha sempre affascinato e non chiedetemi perché. Ho sempre creduto che la “scelta” del proprio strumento, per un musicista, risponda agli stessi canoni secondo i quali ognuno di noi sceglie il proprio partner, i propri amici, gli ambienti in cui sta bene, semplicemente per affinità, fatta sicuramente salva una “necessità” intrinseca di esprimersi con la musica. Secondo questi canoni ho “scelto” il mandolino. Col tempo si è rivelato essere tanto altro. Sicuramente un passaporto, nel senso più ampio del termine: primo perché mi ha permesso di viaggiare fisicamente tanto, in tutto il mondo, ma mi ha permesso di viaggiare anche nella musica degli altri generi, negli animi di altri artisti, mi ha permesso di conoscere idee, generi, spazi; sì, se dovessi riassumere in una parola, per me il mandolino è il mio passaporto, artistico e umano. 

 

Qual è il vostro repertorio?      

Ci siamo imposti una mission: dimostrare la versatilità degli strumenti del nostro quartetto. In quest’ottica ci piace presentare nei nostri concerti brani tratti da diversi repertori: dall’antologia prettamente mandolinistica, alle colonne sonore di film, passando dagli immancabili classici napoletani e tanto altro. Non è facile calibrare sempre il giusto repertorio e capire quali possano essere le attese del pubblico, tranne se non si è ospiti in un Festival od un evento dedicato ad esempio ad un autore o ad un genere specifici, in quel caso la scelta è quasi obbligata e più semplice, meno se la cernita è demandata interamente a noi che, non avendo di solito agenzie che facciano da tramite per il nostro lavoro, lo decidiamo insieme agli organizzatori. In quest’ottica di versatilità si collocano anche i concerti che portiamo in giro con Antonella Ruggiero, con Antonio Maggio e con Gianni Vico e M. Rosaria Coppola su Fabrizio De André. Mi piace anche ricordare che, ospiti dei “SOLITI IGNOTI – il ritorno” abbiamo presentato un brano rock, Johnny B. Goode. Certo, non è facile, perché il mandolino soffre di quell’abbinamento istintivo con la musica napoletana, un po’ come quegli attori degli anni ’80 che hanno relegato per troppo tempo la loro immagine ad una data serie televisiva e sono rimasti nell’immaginario collettivo incatenati a quel personaggio. Ci fa piacere però, alla fine dei nostri concerti, trovare sempre qualcuno che dica: “però, non me l’aspettavo proprio dal mandolino, che bello!”. All’estero invece siamo soliti “gemellarci” con artisti esponenti di strumenti locali o cantanti, accompagnandoli nei brani tipici del posto, un modo per omaggiare e ringraziare, in musica, il pubblico e lo Stato che ci ospita.

Che differenza di cultura e di approccio alla musica hai notato all’estero rispetto all’Italia?

Un approccio consapevole, vestito di utilità. In molti paesi, specialmente i più poveri, la musica è vista come un’opportunità di riscatto e di emancipazione. I governi finanziano iniziative volte al recupero degli strati più poveri della Società proprio per offrire loro una chance di svincolo. Una delle più belle esperienze (che si è poi tradotta in una traccia di un nostro lavoro discografico) è stato un gemellaggio con l’Orchestra Municipale di Città del Guatemala, formata in parte da giovanissimi musicisti aderenti ad un progetto simile. Ma non sarei intellettualmente onesto se non dicessi che anche in Italia, in molte occasioni, la musica comincia ad essere vista come un’opportunità. Per questo ci piace molto andare nelle Scuole (in Italia e all’estero), incontrare gli studenti, guardare i loro occhi, rispondere alle loro domande, ascoltare le loro idee, conoscere le loro aspettative e guardare per un po’ il mondo e la musica dalla loro parte.

Pensi che la musica sia un mezzo di coesione e di ecosostenibilità?   

Sì, se la si intende come mezzo di espressione, per chi la produce e per chi la ascolta. Sì, se la si intende come interprete di emozioni che vanno al di là di un codice linguistico. Sì, se la si colloca come patrimonio universale e accessibile a tutti, nell’ascolto e nella pratica. Sì, se chi ha la fortuna di fare musica e di incontrare diverse platee non si erge mai in una posizione di autorevolezza, ma si emozioni per primo a condividere il suo operato con il pubblico.

Come stai vivendo questo periodo di pandemia e cosa ti ha fatto capire?   

Faccio una doverosa premessa: sia io che mia moglie siamo due docenti, non abbiamo un’attività in proprio. Quindi stare a casa non pesa affatto. Poi, con due figli di 10 e 7 anni il tempo sembra non bastare neanche in questa circostanza. Ma mi rendo conto che non tutti viviamo la stessa condizione e anche chi può permettersi di rimanere a casa senza problemi di stipendio, magari non vive delle situazioni domestiche ottimali; da questo punto di vista i dati sui divorzi e le violenze familiari nell’arco dei mesi della pandemia sono davvero sconcertanti, purtroppo.Non nego che mi manca moltissimo poter fare concerti dal vivo. Nel nostro caso specifico sono stati annullati appuntamenti in Italia e all’estero (Francia, Messico, Sud Africa, Tanzania e Brasile) ed alcune “ospitate” televisive, alcuni con la promessa di recuperarli appena possibile, in un tempo oggi difficilmente quantificabile. Confidiamo davvero nei diversi vaccini e nella loro efficacia. Però il tempo della pandemia ci ha permesso di dedicarci a qualcosa che abbiamo sempre rimandato per mancanza di tempo: ad esempio abbiamo perfezionato le nostre pagine social, Instagram (hpqmandoliniitaliani), Facebook (Hathor Plectrum Quartet) e YouTube (HPQ – Mandolini Italiani), dove nella prima fase del lockdown abbiamo caricato video in collaborazione con artisti da tutto il mondo che abbiamo conosciuto in questi anni (la tecnologia in questo ci ha aiutato tantissimo) e abbiamo tradotto in 10 lingue il nostro sito www.hpqitalia.wixsite.com/hpqitalia. Inoltre ci stiamo dedicando alla stesura di una sorta di diario di viaggio, per celebrare i nostri primi 10 anni di attività. Sono d’accordo tuttavia con chi ha definito questo tempo in generale un’opportunità, per riscoprire diversi valori. Condivido le parole di Papa Francesco, che auspica una cura anche per il cuore, nella speranza che questo tempo possa renderci migliori nell’apprezzare le piccole cose, ma qualche serio dubbio lo nutro sempre. 

Quali i progetti per il futuro?                           

Caparbiamente, ostinatamente continuiamo a progettare e a promuovere la nostra formazione, capendo quali possano essere i margini di azione e di accettazione da parte degli Enti organizzatori, nella speranza di poter recuperare tutti gli appuntamenti che per ora vogliamo auspicabilmente considerare in sospeso.

C’è una domanda che non ti ho fatto a cui vorresti rispondere? Fai una domanda e dai una risposta

Qual è il tour all’estero che ti ha entusiasmato di più?

È sempre il “prossimo”, quello che verrà, quello per cui si preparerà la prossima valigia.                           

Grazie di vero cuore, a nome anche dei miei compagni dell’HPQ.

Prego, è stato un piacere. Siete bravi e genuini e vi auguro tanta tanta tanta tanta fortuna!

Concludo con gli auguri di Roberto che giro a tutti voi: …Se…se adesso cominciamo a credere nelle piccole cose, a rendere le azioni semplici più golose, se crediamo che la forza di un sorriso possa spianare delle autostrade all’improvviso, se mai diamo per scontato ciò che la vita ci ha donato…Ma ce la faremo, un anno nuovo ci attende, convinti che NELLA VITA O SI VINCE O SI IMPARA, MAI SI PERDE. Buon 2021!

Flora Marasciulo

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