sabato, 4 Dicembre, 2021 1:14:11 PM

Semplicemente Andrea Crastolla

di Flora Marasciulo.

Proseguendo con gli ex studenti, ormai un po’ cresciuti, che hanno seguito il percorso di studi di canto lirico, è piacevole ricordare Andrea Crastolla. “Un animale da palcoscenico!”. Questa metafora è emblematica perché nel gergo teatrale si dice di una persona in grado di intrattenere altre, non solo superando la timidezza, ma manifestando pienamente le proprie potenzialità espressive, agendo come un magnete sull’attenzione degli spettatori, un artista che si sa muovere sul palcoscenico. Andrea è stato identificato con questa espressione nelle vesti di baritono nella messa in scena del singspiel Bastiano e Bastiana di Mozart al teatro Di Cagno di Bari un po’ di tempo fa! (La recensione del carissimo Nicola Sbisà ricordava che quell’opera non era rappresentata a Bari da decenni ed era un evento). Come riportato nell’intervista dallo stesso Andrea, ho tentato di condurlo verso la carriera di cantante lirico che avrebbe affrontato con grande facilità e successo, ma l’indole poliedrica e soprattutto l’inclinazione alla direzione, prima del coro e poi dell’orchestra, hanno avuto il sopravvento. E’ un direttore capace, completo nella sua formazione e ha usato lo studio del canto per metterlo al servizio di quella che sarebbe diventata la sua professione: LA DIREZIONE.

Andrea Crastolla, direttore d’orchestra.

Qual è stato il tuo percorso formativo musicale?

Musicalmente nasco pianista, formato e cresciuto in una piccola cittadina del brindisino, Mesagne, con le tante difficoltà per chi, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 decide di orientare seriamente la propria vita verso l’arte. La mia attrazione per la musica e la spinta alla promozione di me sono cresciute con la voglia di riscatto culturale della mia gente alla quale resto profondamente legato da un rapporto sempre vivo e presente: oltre alle grandi esperienze musicali derivanti dalla professione non rinuncio mai a portare musica ed eventi di qualità nella mia terra. Per me è un piacevole dovere ma è anche un modo per ricordarmi sempre chi sono, da dove sono partito e quanto tanto mi piace restituire a chi poco ma essenziale mi ha dato. Papà operaio alle raffinerie di Taranto e mamma ricamatrice, mi hanno dato un maestro che dopo pochi mesi, avendo visto in me potenzialità che non immaginavo mi ha subito spedito da una brava didatta del pianoforte, Aida Caroli, la quale a sua volta ha dato una spinta incredibile alla mia formazione affidandomi a un didatta specifico per il “vecchio” esame di solfeggio e successivamente a Leonardo Laserra Ingrosso per intraprendere lo studio della composizione, avendo come obiettivo l’ingresso in conservatorio per la scuola di direzione e composizione di coro. Il maestro di solfeggio per accelerare il mio apprendimento della lettura cantata pensò bene di “buttarmi” nella sezione bassi di un coro polifonico, l’incontro con la polifonia fu folgorante ed ha segnato per sempre la mia vita. Dopo gli esami di solfeggio e di compimento inferiore di pianoforte al conservatorio di Taranto, feci il compimento inferiore di composizione e ammissione a direzione di coro al conservatorio di Bari. Ricordo quasi ogni giorno di quegli anni: appassionato per le scoperte nello studio e la consapevolezza di quanto lo studio stesse forgiando la mia piccola ma da subito folta attività di direttore di coro. Da giovinetto, avevo già alcuni piccoli gruppi corali con i quali mi muovevo in provincia, ma nel 1996 misi la prima pietra di quello che poi sarebbe diventato Parsifal, il mio coro polifonico con il quale siamo cresciuti insieme e mi sono preparato alla professione di direttore di coro prima e d’orchestra poi. Preziosissima fu la spinta dei miei maestri Carmine Moscariello, Antonella Mazzarulli e Maria Pia Sepe a progettare un post diploma agganciato alla grande scuola di direzione europea, prendendo già i primi contatti con maestri che in quegli anni stavano riscrivendo le pagine della nuova coralità italiana.

C’era una tessera importantissima che mancava alla lettura e completezza di questo incredibile mosaico che si componeva davanti ai miei occhi: il dare competenza nella gestione del canto al mio essere direttore. Decisi di tentare direttamente, senza neanche studiare e quasi per gioco, l’ammissione a canto. Superato l’esame, fui inserito nella classe della professoressa Flora Marasciulo con la quale completai brillantemente tutto il ciclo di studio diplomandomi brillantemente. Devo molto anche a lei per quanto mi ha insegnato e per le opportunità che mi ha offerto nel provare a “pensarmi cantante”, ma la direzione sovrastava ogni mio altro pensiero. L’incontro con Antonio Cericola fu determinante a farmi scommettere anche sulla direzione d’orchestra, come quello con Filippo Maria Bressan che fissò in me la consapevolezza delle potenzialità a essere un direttore a 360 gradi. Due figure che restano due fari a cui ricorro ancora oggi costantemente per confrontarmi nelle mie scelte musicali e professionali. Scelte successive mi portarono poi a continuare gli studi di direzione d’orchestra presso il conservatorio di Matera col M° Giovanni Pelliccia, oltre a studi di perfezionamento in giro per l’Italia, ma il conservatorio di Bari resta per me “Il conservatorio”, un’eccellente scuola di formazione, dove ho imparato l’arte dello studio della musica, ma anche un luogo d’infinite possibilità in cima alle quali metto l’onore d’avermi annoverato tra i compositori della Messa Crux in Gloria per la Santificazione di San Pio da Pietrelcina (Vaticano, 16 giugno 2002). Anni bellissimi in cui sono cresciuto sotto l’autorevole direzione del M° Marco Renzi che volle direttore onorario lo stesso Riccardo Muti che in quel conservatorio aveva mosso i primi passi. Ancora oggi quando mi capita di tornarci, passo sotto il suo arco all’ingresso con una sorta di rispetto e venerazione.

Teatro Apollo, Lecce.

Chi è Andrea Crastolla oggi?

Sono un direttore di coro e orchestra particolarmente incline alla musica antica, e prettamente classica, anche se mi diverte moltissimo la musica contemporanea ma di qualità emotiva e musicale: non mi affascinano le sperimentazioni fini a se stesse; per me vale sempre la regola che la musica deve emozionare il musicista e lo spettatore insieme. Sono soprattutto un musicista soddisfatto di quello che ha fatto finora e delle esperienze musicali e professionali che la mia formazione mi ha consentito di fare. Ma sono sempre pronto a fare di più, di meglio, di più bello ed entusiasmante per me e per coloro che hanno voglia di amare la musica sia da protagonisti sia da spettatori. Sarebbe noioso citare tutte le esperienze, ma posso dire che nessuna di esse sarebbe stata possibile se non vi fossero state le precedenti che mi hanno sempre proiettato in avanti in un intreccio continuo. Teatri, stagioni, tour, progetti, città e contesti dipingono oggi un quadro bellissimo non certo da ammirare ma da far dire con consapevolezza che deve essere ancora completato e che la pennellata migliore non è mai l’ultima. Ho parlato prima dell’importanza del restare ancorato alle radici, per questo non rinuncio mai, nonostante i tanti impegni e al vivere in una città ormai mia che è Lecce, a incontrare il mio Parsifal nella mia Mesagne ogni settimana. Sono anche profondamente grato ad ARCoPu che ininterrottamente dal 2017 mi affida la guida del Coro Regionale ARCoPu, per me un bagno di semplice umanità, ma anche i tanti progetti corali che insieme a Feniarco contribuiscono a disegnare il volto mille colori della coralità italiana di oggi.

Teatro Verdi, Brindisi.

Il canto ti ha aiutato nella direzione d’orchestra e di coro?

Assolutamente sì, ma dirò di più. La mia esperienza mi consente di dire che è impensabile per chiunque poter affrontare l’attività di direttore senza una consolidata attività di musicista con uno strumento, tra cui la stessa voce, e senza solide basi fondate sullo studio della composizione. L’esperienza dei grandi e il risultato di ciò che ascoltiamo in giro sono la cifra di queste due componenti dell’essere un vero direttore. Io ho studiato il canto per completare la mia attività di direttore, dandomi la competenza per costruire il suono corale che voglio, di fatto, lo studio del canto mi ha consegnato molto di più. Il canto mi ha fatto lavorare tantissimo nei cori professionali e nei teatri: Lecce, Roma, Trapani, Torino (orchestra della Rai), Udine, l’Athestis, Voxsonus, ecc. ma mentre lavoravo mi rendevo conto che continuavo a studiare le dinamiche di una professione difficilissima che è quella del direttore quale musicista, concertatore, gestore delle masse e della loro psicologia, della direzione artistica e gestionale di una macchina complicatissima come quella della produzione musicale. Vedere gli altri, i grandi, a lavoro è molto più formativo del semplice studiare con loro o incontrarli in uno stage o una masterclass. Imparare a capire il problema, a prevenirlo, a gestirlo, o meglio ancora ad annullare ogni possibilità che esso accada: questa è stata per me la vera scuola. E quindi mentre le chiamate erano sempre tantissime – perché ero sì un cantante ma soprattutto, un musicista con bella vocalità, lettura a prima vista, preciso e affidabile – davo solo la disponibilità laddove la situazione mi allettava: un’opera nuova da studiare, un teatro da conoscere, un bravo o grande direttore da misurare sul campo ma soprattutto da “studiare”.

Quali progetti hai per il futuro e come stai vivendo questo periodo di pandemia?

Non è un periodo facile per gli artisti, soprattutto per coloro i quali operano esclusivamente nell’ambito della musica colta e dal vivo. E ci tengo a rilevare che la musica colta si fa dal vivo; per questo rifuggo e disprezzo tutti questi surrogati per lo più corali che da un anno girano sui social. La musica è vita, è un momento vitale. Un quadro, una scultura o un’istallazione sono lì immobili nei musei, pinacoteche, chiese e piazze, ed è affascinante pensare che siano lì ad aspettare la nostra visita per ammirarli quando decidiamo di farlo. Per la musica non è così. Essa si crea in quel momento unico e irripetibile. Ti dai l’appuntamento con lei: il giorno, l’ora il luogo per costruirla, sperimentarla o semplicemente ascoltarla. Ho troppo rispetto per la musica da provare compassione nel vederla oggetto di chi la usa solo a scopo d’immagine, come anche per il pubblico violentato da esecuzioni false e mediocri. Non è un bel servizio alla cultura questo, anzi.  Penso che in questo tempo si dovrebbe pensare di più al significato semantico ed emotivo della “pausa”. Cito, ad esempio, la pausa scritta da Monteverdi nel Combattimento di Tancredi e Clorinda tra le parole: E moto – ahi vita!”. Quando non c’è nulla da dire, meglio non dire, e quando non c’è nulla da fare è meglio non fare; piuttosto si devono progettare possibilità per il futuro, cominciare a pensare quale suono scrivere dopo una pausa importante. Ma qui c’è un po’ troppa filosofia della musica, mi fermo.  Ho preferito investire sullo studio e prepararmi a quando tutto riprenderà, perché sarà così, ne sono certo. Quanto ai miei progetti futuri, a parte quelli sospesi, tra cui alcuni concerti in Argentina e altri in Italia ed Europa, siamo fermi alla fase della progettazione. Qualcosa in cantiere c’è e mi limito a dire che riguarda la musica da camera legata ai luoghi e alla fruizione di un turismo intelligente. Vengo da un esperimento fatto lo scorso anno: l’allestimento del Didone ed Enea di Purcell presso il Teatro Apollo di Lecce, legandolo ai luoghi naturali del Salento, creando un mix tra musica, storia, mito, archeologia, ambiente; un progetto bellissimo realizzato grazie alla complicità e professionalità di Antonio Caprarica. Penso sia un filone avvincente che porta a promuovere la musica barocca, ahimè ancora poco conosciuta, presso il grande pubblico.

Teatro Verdi, Salerno.

Che pensi della musica corale in Italia e quale potrebbe essere il tuo contributo?

Negli ultimi trent’anni sono stati fatti grandi passi avanti per la sua rivalutazione rispetto ai livelli di pratica e di diffusione nel resto d’Europa. Penso a tutto il lavoro di ricerca filologica del repertorio antico ma anche al nuovo impulso di nuovi compositori a scrivere nuova musica e di qualità. Tuttavia essa è ancora intrappolata nella dialettica tra coralità amatoriale e coralità professionale, riportando questi due aggettivi su una scala di valori impropria. La questione sarebbe da porre più sul piano del livello dei cantori che non sulla coralità.  Oggi si ha la consapevolezza dell’esistenza di pagine corali molto impegnative che richiedono la prestazione di cantori di prima categoria con vocalità curate a livello professionale, e cori altrettanto idonei, ma in Italia le sole compagini così strutturate si ritrovano solo negli enti lirici sinfonici o in contesti di alta distribuzione quali i teatri di tradizione ecc. dove l’impiego del coro è sempre subordinato a produzioni operistiche o di altro genere in concomitanza con l’orchestra. Sono rarissime, in Italia, esecuzioni sul repertorio a cappella o cameristico da parte di questi cori. Purtroppo l’attenzione del grande pubblico è quasi totalmente concentrata sui grandi cartelloni, luogo in cui, a mio avviso, una congrua attenzione sul repertorio corale potrebbe essere riservata, completando l’offerta musicale delle stagioni.Insomma direi che in Italia abbiamo tutto per far musica corale di qualità a misura delle compagini corali: mi capita spesso di vedere cori che affrontano repertori fuori dalla loro portata, mentre pagine meravigliose dormono il sonno eterno perché i contesti in cui si potrebbero eseguire preferiscono un eccessivo impegno sempre sulle solite pagine di tradizione. Quanto al mio contributo lo vedo più come un impegno personale a motivare, laddove è possibile, l’esecuzione di pagine poco conosciute e ancora troppo poco esplorate da colleghi direttori tanto da iniziare a parlare di tradizione italiana anche in questo senso.

Flora Marasciulo.

 

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