di Rita Farneti.
“Avevo quattro anni. Il pensiero opprimente che alla fine svaniremo tutti, che in qualsiasi momento possiamo tornare nel nulla da cui siamo venuti come se non fossimo mai esistiti, fu una mazzata, il grido di una banshee* ululante.
Sembrava impossibile che tutto lo splendore della vita si dissolvesse nell’oscurità , ma era cosi’. Stan mi suggerì che avrei dovuto usare quella consapevolezza della mortalità come fonte di ispirazione, una volta andato via da casa.”

Apprezzare in Sir Anthony Hopkins l’attore diventa quasi scontato, meno scontato è conoscerlo attraverso il racconto che fa della propria vita, già anticipata nell’efficace titolo “E’ andata bene, ragazzino” ovvero “We did Okey,kid” , pubblicato alla fine del 2025 da Longanesi.

La citazione iniziale, estrapolata dal Tractatus Theologico – politicus di Baruch Spinoza, invita a non ridere, non piangere, non odiare, ma cercare solo di capire, anticipando un racconto diretto e vero di Hopkins dalle proprie modeste origini alla giovinezza turbolenta, nella lotta dalla dipendenza dall’alcool e dentro il vuoto della relazione con Abigail, l’unica figlia avuta dalla prima moglie, figlia con la quale non mantiene alcun tipo di rapporti.
E’ un testo che, contrariamente all’usuale, andrebbe letto dalla fine all’inizio ovvero dal 22 capitolo in avanti, e poi a ritroso, per poter cogliere tutte le sfumature, l’implicito che si appalesa, un memoir reso impeccabile da confessioni intimamente vissute, dense di un’interiorità trasmessa con semplice ed estrema lucidità, svelando passo dopo passo il tormento e la determinazione, sentimenti guida della vita di Anthony Hopkins.

Cardiff College of Music and Drama
“Non sapevo dire cosa mi stesse opprimendo. Forse la paura della morte (…) Così fuggii di nuovo(..) girai un film a Roma (…) ma ripenso a tutto questo con rimpianto e tristezza.
Avrei potuto essere una persona migliore, ma non lo sono stato (..) mi sembrava che qualcosa stesse morendo dentro di me (…) Avevo smesso di bere, ma cosa c’era ancora che non capivo?”
E’ un viaggio quello dell’autore gallese che inizia da lontano, segnato in partenza dalla conflittualità con la figura paterna con la quale arriverà ad una riconciliazione rasserenante, favorita anche dalla complicità e dalla forza che alimenta il legame con l’attuale terza moglie Stella, per lui un porto sicuro.

Castello di Cardiff
E’ anche il percorso di un giovanissimo stimolato ad osare ed a mettersi in gioco dalla propria madre che lo spinse ad un provino – audizione che gli avrebbe garantito una borsa di studio al Cardiff College of Music and Drama. L’audizione si sarebbe svolta presso il Castello di Cardiff, quasi presagio di un più che nobile avvenire .
“Mentre stavo realizzando un documentario qualche anno fa Stella andò a parlare con un mio ex insegnante a Cowbridge e gli chiese: com’era Tony a scuola?
Non ha mai giocato a cricket, non ha mai giocato a calcio(…) non sapevamo chi fosse.Non parlava mai con nessuno.
Era molto, molto silenzioso. Era bravo in geografia e in musica. Suonava il pianoforte. Dopo aver lasciato la scuola nel giro di dieci anni era sul palcoscenico con Laurence Olivier“.
Nelle ultime 13 pagine Anthony Hopkins riassume dubbi ed inquietudini, amarezze e gioie tanto più vere quanto inaspettate.

“Per la prima volta mi resi conto di tutti i cambiamenti che mi erano successi (…). La scuola di recitazione. Cardiff. Due anni nell’esercito.
Un salto quantico. E da allora miracoli su miracoli. Penso alla mia vita, ricordo quel ragazzino sfortunato e penso:come è potuto succedere tutto ciò?
E’ questo che mi lascia perplesso riguardo al mistero della vita. Non avrei mai potuto programmare nulla del genere, e nemmeno immaginarlo.
La mia vita è stata scritta da qualcun altro, non da me. Non so chi stia dirigendo lo spettacolo, ma chiunque sia ha un eccellente senso dell’umorismo”.
Non manca un sussurro di tristezza e la consapevolezza di una verità profonda ovvero che la vita possa anche chiamarsi un lungo addio .
Ognuno di noi è a termine, ignota la data di scadenza: è questo che spinge lo scrittore britannico, naturalizzato americano, ad affermare che durante l’arco della nostra esistenza possiamo solo illuderci di essere importanti.
“Tappeti rossi, sbronze insensate,l’arroganza del successo. Ma se sopravvivi abbastanza a lungo, arrivi a cogliere il nocciolo della questione.
Arriviamo,diciamo ciao a tutti, ci intratteniamo per un po’ e ci congediamo con un addio, ragazzi.Nella mia vecchiaia ho riscoperto l’amore di creare solo per il gusto di farlo: ora a 87 anni, incredibilmente, lavoro ancora: ho scoperto che quando si tratta di lavoro la mia eta’ e’ un vantaggio.
E tornate a quel bambino ogni volta che siete in dubbio”.
Pascoli docet, verrebbe, scontatamente, da aggiungere a proposito del fanciullino che resta in noi ,cui segue l’invito a seguire il nostro δαίμων, lo spirto guerrier mai domo di foscoliana memoria.
“Ritornare alle mie origini, riviverle in queste pagine, mi ha fatto risvegliare e permesso di apprezzare la mia buona sorte e le giornate estive della mia infanzia.
Ora che ho messo tutto nero su bianco mi sento libero di dimenticare il passato e di concentrarmi in attesa di conoscere il grande segreto.
A questa età non c’è niente di meglio che svegliarsi ogni mattina, guardare il cielo e dire buongiorno mondo.
Sono di nuovo qui, più giovane di quello che sarò domani.Facciamoci una risata sopra”.
Il resto è vita, verrebbe da aggiungere.
A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari,
a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore,
a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai “vincibili” dunque, e anche
agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali,
ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene…
a tutti i teatranti.
da “Don Chisciotte” di Corrado D’Elia.
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