di Nunzio Sfrecola.
Ho il piacere di avere qui con me il maestro Mario Valentino Scarangella, rinomato docente del Conservatorio “Niccolò Piccinni” nonché ideatore e fondatore dell’Associazione “Nuova Accademia Civera” che con simpatia ha accolto l’invito di ripercorrere, in questa intervista, alcuni momenti salienti della sua vita musicale.

Maestro Scarangella, quali sono i ricordi più vivi che la legano al Maestro Ignazio Civera con il quale è musicalmente cresciuto e che di cui oggi lei ne perpetua il nome intitolandogli l’associazione da lei fondata?
Del tempo trascorso col compianto maestro Civera mi ricordo quasi tutto perché è sempre stata entusiasmante qualsiasi attività condivisa nella sua celebre Accademia.
Con lui ho trascorso 24 anni della mia vita, ed i ricordi per me più significativi sono stati quando lo conobbi per la prima volta e quando (dopo 24 anni) lo incontrai per l’ultima volta, qualche settimana prima della sua morte.
Frequentavo la scuola elementare ed i miei genitori cercavano una persona che potesse insegnarmi la musica, soprattutto a leggerla.
Infatti ricordo che ancor più piccolo, (quando andavo addirittura all’asilo) mi fu regalato un piccolissimo pianoforte giocattolo ad una sola ottava, e ben presto i miei genitori notarono che ero capace di suonare facili melodie allora in voga ascoltate nei dischi oppure alla TV nonostante nessuno mi avesse detto come fare.

Fu così che capirono che avevo attitudine per la musica. Tuttavia, quando venni a sapere che oltre a suonare “ad orecchio” avrei dovuto imparare a decifrare quei segni strani sul pentagramma, ero un po’ spaventato perché quando per strada vedevo girare le bande di paese, notavo che gli strumentisti leggevano un foglietto con segni che a quei tempi erano per me veramente incomprensibili, e pensai fosse assai lungo e faticoso impararne il significato.
Ma invece è qui che nella mia vita entra in scena il maestro Civera che allora nella barese via De Rossi dirigeva una Accademia Enal di Musica, Teatro e Danza, dove il suo fiore all’occhiello erano i cosiddetti “piccoli attori del maestro Civera”.
Ricordo esattamente anche il giorno della mia prima lezione di musica (impartita direttamente dal maestro Civera): era la sera della vigilia di Natale (24 dicembre).
Infatti ricordo che quando mia madre dopo circa 2 ore di lezione venne a riprendermi era già buio e nel cielo lampeggiava già qualche fuoco d’artificio con cui qualcuno iniziava a festeggiare.
Quella prima lezione fu per me assai rasserenante perché il maestro Civera, con la sua sapienza ed il suo carisma, mi dimostrò che tutto sommato non era così complicato imparare a conoscere la musica anche da un punto di vista teorico e “grammaticale” oltre che soltanto pratico.

Ph. Michele Sedicino
E se poi ho continuato a imparare (iscrivendomi dopo qualche anno anche al Conservatorio allora diretto da Nino Rota) il merito fu senz’altro suo e la possibilità di continuare a studiare nel conservatorio di Bari mi ha peraltro fatto il grande regalo di aver conosciuto Angela Montemurro, musicista e docente come poche, generosissima nel donare a noi suoi allievi la possibilità di diventare più bravi nell’interesse supremo della Musica.
Senza aver conosciuto Angela Montemurro quasi certamente oggi non sarei qui a rispondere a questa intervista perché probabilmente non avrei continuato a fare il musicista.
Lei ha cominciato presto ad accompagnare al pianoforte alcuni allievi del Conservatorio e gli strumentisti che lei predilige sono i violinisti. Perché proprio i violinisti? C’è qualche motivo in particolare che l’ha spinta a scegliere proprio loro?
Se si riferisce al periodo più “maturo” della mia attività, è evidente un particolare attaccamento al mondo violinistico soprattutto pugliese ma riferito anche ai tantissimi maestri di grande prestigio che pur non vivendo nella mia terra spesso, capitando a Bari, mi hanno proposto di fare con me concerti oppure Masterclass in cui mi hanno scelto come loro collaboratore pianistico (non sto a citarli perché o li cito tutti oppure è meglio non citare nessuno così non corro il rischio di omissioni imperdonabili, ma le assicuro che stiamo parlando di nomi di chiara fama).

Tuttavia, il “violino” non è stato l’unico strumento che ho desiderato accompagnare al pianoforte. Ero bambino quando il maestro Civera mi faceva accompagnare cori patriottici durante alcune ricorrenze al Sacrario dei Caduti.
Sempre nella sua Accademia iniziai ad accompagnare da adolescente anche cantanti lirici. Quando studiavo in Conservatorio il mio maestro di Canto Corale (Andrea Padovano) approfittando anche della mia discreta capacità di leggere a prima vista spesso durante le sue lezioni mi faceva accompagnare al pianoforte (cosa che sapeva egregiamente fare anche lui, ma con me al pianoforte era più libero di “dirigere” il coro).
Diventando più grandicello, il Direttore del conservatorio decise di assegnare a ciascun studente del periodo superiore una classe di strumentisti da accompagnare al pianoforte durante saggi ed esami, e a me fu assegnata la classe di Tromba del m° Francesco Lentini. Ho accompagnato, ricordo, anche durante le lezioni di Danza Classica presso alcune eccellenti scuole private baresi e poi, parlando nuovamente di “conservatorio” ho ripreso ad accompagnare cantanti lirici avendo avuto nomine come “Accompagnatore al pianoforte nelle classi di Canto”.
Premesso che un mio zio violista e violinista (Franco Scarangella) durante l’infanzia mi coinvolse assai spesso nelle sue attività, la vera “spinta” ad appassionarmi di più al repertorio violinistico la ebbi da Antonietta Zito, che all’epoca studiava al Conservatorio di Bari nella classe del m° Francesco Cristofori.
Avendo sentito parlare bene di me mi chiese di farle da pianista durante i suoi esami finali. Essendo anche lei molto brava, iniziammo a suonare anche durante concerti e ricordo che la accompagnavo finanche quando decideva di frequentare con maestri di chiara fama Corsi di Perfezionamento in Musica da Camera che prevedevano anche un repertorio per violino e pianoforte.
Nonostante tutte queste belle e gratificanti esperienze, se però devo essere sincero, non sono stato io l’artefice di un “disegno” finalizzato a far diventare il violino come mio strumento partner prediletto (cioè non me la sono cercata io questa situazione) ma ho avuto la fortuna di trovare sulla mia via maestri e allievi violinisti con cui mi sono sempre trovato bene, a livello musicale ed anche umano.
Tutt’oggi continuo a collaborare con loro perché si è ormai costruito tra noi un rapporto pulito, senza inquinamento, che mi fa continuare a desiderare tali frequentazioni come se io avvertirsi l’esigenza di non rinunciare alla stessa aria che respiriamo.
Recentemente ho organizzato un concerto “Sold Out” con 8 talentuose violiniste con cui mi trovo anche molto bene, e a Giugno farò un recital con una di loro, Letizia Lauta (ragazza di cui apprezzo la sensibilità essendo anche Pittrice, cioè Artista a 360 gradi): se tutte queste musiciste avessero nella vita suonato altri strumenti anziché il violino le avrei ugualmente accompagnate perché al primo posto metto sempre la “persona” e non lo strumento che suona.
Per cui dire che in qualità di pianista preferisco accompagnare il violino è vero soltanto in parte anche se ho comunque finito (e, aggiungo, con molto piacere) per specializzarmi nel loro repertorio essendo veramente tante le persone che suonando il violino mi hanno fatto sentire bene stando insieme a loro.
In tutti questi anni in cui ha avuto modo di conoscere tanti allievi, le è mai capitato di scoprire qualche talento?
Sovente alcuni definiscono “talento” chi possiede qualità innate senza alcun insegnamento esterno oppure chi semplicemente dimostra abbondante precocità perché riesce a fare cose che gli altri solitamente fanno in età assai più avanzata.
In entrambi i casi la cosa più importante è quella di accertarsi che tali “eletti” maturino nella maniera più corretta perché l’eventuale “talento naturale”, senza la giusta guida, serve a poco.
Certamente mi è capitato di constatare che alcuni allievi (miei oppure di altri maestri) dopo aver studiato sodo e con costanza hanno raggiunto traguardi importanti.
I risultati migliori li ho ottenuti non con gli allievi esclusivamente “più dotati degli altri” bensì con quelli che hanno saputo essere costanti nonostante le inevitabili difficoltà che possono presentarsi durante lo studio di uno strumento.

Giusto per fare qualche nome tra chi ho visto iniziare quasi da zero, posso citare Sabrina Di Maggio, una delle poche allieve violiniste sfornate dal Conservatorio di Bari che ad oggi può vantare già 3 anni di permanenza nella prestigiosa Orchestra Giovanile Cherubini diretta da Riccardo Muti, oppure (altra talentuosa violinista) Antonella Defrenza che per molti anni ha fatto parte del complesso “i Solisti Veneti” diretti dal grande Claudio Scimone.
Per cambiare “strumento” passo a citare la giovane soprano Mariam Battistelli, che ho conosciuto in alcune Masterclass di Canto quando era veramente piccola e che a tutt’oggi ha già ricoperto ruoli in importanti teatri cantando addirittura insieme a Placido Domingo.
Talento a parte, le persone che ho citato hanno raggiunto questi risultati con tanto studio. Altra scoperta (ma più che “scoperta” la definirei “indovinata previsione”, e concludo la risposta a questa domanda) fu quando nell’anno 1986 durante un concorso da me organizzato conferimmo un primo premio assoluto ad un bambino che allora aveva 9 anni, Alessio Bax, che poi è diventato uno tra i più importanti concertisti a livello internazionale.

Lei, maestro, con la sua Associazione, ha ormai conquistato un posto d’onore nel panorama musicale barese e ciò è confermato dal numeroso e fedele pubblico che la segue nelle sue manifestazioni in quell’elegantissima sala del Circolo Unione di Bari nel Teatro Petruzzelli: visto il grande successo, ci vuole dire se per il futuro ha in serbo progetti che diano ancora più prestigio e visibilità alla sua Associazione?
Mi fa piacere aver dato questa impressione. Se quello che organizzo è gradito al pubblico barese (che ogni volta fa registrare il Sold Out) molto si deve anche al compianto maestro Ignazio Civera.
Non soltanto perché tra i baresi in molti ricordano ancora la sua storica Accademia (da me ribattezzata “Nuova Accademia Civera”) per averla addirittura frequentata come allievi di musica, teatro o danza, ma anche perché io stesso ritengo di aver imparato molto da lui e perciò cerco nei miei eventi di far rivivere lo stesso gioioso entusiasmo che ai suoi tempi gratificava lui, noi giovani artisti sul palcoscenico ed anche il pubblico.
Porto insomma addosso questa sua “eredità” che cerco di tramandare e di difendere da chi potrebbe offenderla perché non la ha conosciuta come la abbiamo vissuta noi che siamo cresciuti insieme ad Ignazio Civera.

Per quanto riguarda il futuro, continuerò senz’altro sulla strada già intrapresa (musicalmente parlando, intendo con concerti, competizioni, ecc.), cercando sempre di interagire con i giovani e giovanissimi (che Civera amava) per sostenerli e proporre loro esperienze che ritengo utilissime e irrinunciabili.
Oggi spesso sento a parole che gli altri si muoverebbero a vantaggio dei giovani ma in realtà non avviene sempre così.
E allora occorre evitare di commettere l’imperdonabile errore di dirottare il vantaggio a favore dell’associazione o di chi la gestisce: i giovani sono un tesoro inestimabile, a livello artistico ma anche umano.
E se essi traggono beneficio dalla frequentazione di noi maestri più maturi (che per loro rappresentiamo una specie di enciclopedia vivente da cui attingere qualcosa) anche noi riceviamo beneficio dal frequentarli perché il loro entusiasmo ci ringiovanisce e concretizza il nostro compito. Insomma, dei giovanissimi non si deve “servirsene” a proprio vantaggio.
Essi rappresentano il futuro e un giorno si ricorderanno cosa noi abbiamo o non abbiamo fatto per loro, e ci giudicheranno.
Altro desiderio che mi piacerebbe concretizzare è quello di unire più forme di arte, come faceva Civera che spalancava le porte del suo cuore a tutto ciò che avesse a che fare col palcoscenico e con lo spettacolo, unendo alla Musica la Danza, la Recitazione ed anche la Pittura (ricordo ancora le gigantesche scenografie dei suoi balletti che venivano realizzate apposta per lui dipingendole per terra con lunghissimi pennelli).
Tra le persone che frequentano i miei concerti (e mi riferisco non soltanto al pubblico ma anche a chi si esibisce sul “mio” palcoscenico) esiste tanta gente che oltre alla Musica dimostra di amare tutte le cose “belle” dedicandosi anche a recitare, a danzare e a dipingere.
Infatti il “bello”, l’”armonia”, sono concetti che risalgono agli antichi greci che raccoglievano sotto l’unico termine “mousikè téchne” non solo la musica propriamente detta ma anche la danza e la poesia realizzando una profonda unione fra queste tre arti.
Arrivati al termine di questa piacevole conversazione, sono grato al M° Scarangella per questa intervista e non posso congedarmi da lui senza prima avergli augurato “ad maiora!”
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