mercoledì, 7 Dicembre, 2022 1:39:24 AM

Carlotta Di Monte: tecnica e temperamento

di Gianni Pantaleo.

Sono percorsi già pianificati. Mai casuali. Le variabili possono essere infinite, ma per alcuni talenti, sono già ben tracciati. Essere talenti è una responsabilità notevole. Si intende, che chi crede nel talento, questi non debba deludere le aspettative riposte in lui, quindi, soprattutto il talento, deve studiare e tanto, perfezionando quell’attitudine, privilegio per pochi. Carlotta Di Monte, giovanissimo talento della danza, ha ben compreso che non basta avere quel dono naturale capace di essere sulla scena da professionista della danza. Ha la fermezza e la consapevolezza che studiare non basta mai. Essere una professionista non le basta: mira alla perfezione introspettiva di un ruolo. E lo fa con lo studio, seguendo un istinto destinato a chi della danza ne fa scopo di vita.

                         Carlotta Di Monte.

Posso riflettere, apprezzando la sua brillante e precoce carriera, che la sua formazione nasce ben prima di entrare in una sala di danza. Deduco e a ragione, che c’è una profonda educazione già ricevuta in casa. Posso chiederle chi è stato il “mentore”?

L’arte, o anzi dovrei dire la sensibilità all’arte mi è stata trasmessa della mia famiglia. I miei nonni materni erano archeologi, hanno dedicato la propria vita alla bellezza, alla cultura. Fin da piccola mi hanno portato al museo, sugli scavi archeologici, regalandomi la possibilità di osservare questa realtà nel modo più vero e più sincero possibile. Certo la figura di mia madre, ballerina professionista al teatro San Carlo di Napoli, è stata importantissima nella mia scelta. Lei mi ha spianato la via, attraverso i suoi racconti, i suoi video e fotografie, la musica classica onnipresente in casa. Da bambina non le chiedevo di raccontarmi le favole, volevo sapere le trame dei balletti, gli aneddoti delle sue trasferte all’estero, le storie di vita quotidiana in teatro, era questo il mondo che mi faceva sognare.

Deduco quindi, che ha respirato la danza già da piccolissima. Ha chiesto lei di cominciare a studiare danza o è stata “spronata”?

La danza è sempre stata una scelta, certo mia madre mi ha guidato attraverso questo percorso, ma la scelta è sempre stata mia. Ho deciso di diventare danzatrice dopo l’audizione alla scuola dell’ Opera di Parigi, nel 2013, prima di allora non credevo ancora abbastanza nelle mie possibilità, quel concorso ne è stato la conferma.

             Parigi, Palais Garnier (1871-1845): Opéra National de Paris.

Domanda fondamentale: l’assiduità della frequenza ai corsi di danza, è quotidiana, necessita di ore di studio. La scuola? Per un artista è importantissima la formazione culturale. Come riesce a coniugare danza e istruzione. Pare si mormori, che i danzatori non abbiano questa grande preparazione…culturale. Mi scioglie questa “dicerìa”?

Al giorno d’oggi le principali scuole internazionali di danza provvedono all’istruzione dei propri allievi, a Parigi la scuola faceva parte integrante del percorso artistico. I nostri maestri venivano specialmente selezionati per garantirci la stessa qualità di un insegnamento normale nella metà delle ore impartite. Poi toccava a noi organizzarci, si studiava tra due lezioni di danza, portavamo i libri in Teatro,… La scuola di ballo permetteva anche una preparazione ad una parte dell´esame di insegnante di danza con corsi di anatomia, storia della musica e del balletto. Possiamo dire che le giornate erano al quanto impegnative! 

                           Milano, Teatro alla Scala (1776-1778)

Paris Opera Ballet, diretta da Elisabeth Platel, allieva di Pierre Lacotte e Raymond Franchetti. Non era un po’ inibita di fronte a insegnanti che sono parte della storia della danza? Noëlla Pontois e Rudolf Nureyev, erano spesso a lezione con questi maestri…

Lavorare al fianco di questi personaggi è sempre molto istruttivo. La danza è trasmissione, ognuno diffonde il proprio sapere, le proprie esperienze. Questo passaggio che avviene tra un maestro e il suo allievo è una parte fondamentale della nostra costruzione in quanto artisti. Certi incontri ti segnano in modo particolare, Noella Pontois, Monique Loudières, Carolyn Carlson,… Sono stati gli idoli della mia infanzia, ho visionato per ore le loro cassette, le loro interviste e potere lavorare al loro fianco, potere imparare da loro è semplicemente un´ esperienza magnifica. 

 

Nel suo “parterre” di studi, ci sono notevoli insegnanti di forte spessore artistico e molti hanno danzato. Non tutti i maestri sono danzatori e viceversa. Attenta com’è, con le sue considerazioni, crede ci siano “differenti” metodi di insegnamento in chi ha vissuto il palcoscenico da chi invece “prepara” il danzatore al palcoscenico?

Ho iniziato da soli due anni la mia carriera da ballerina professionista ma penso di poter dire che lo spessore artistico di un maestro è strettamente legato alle sue esperienze in quanto artista. Per potere insegnare bisogna avere vissuto il palcoscenico, non è un lavoro che si improvvisa. Certo al giorno d’oggi si possono prendere determinati diplomi, ma l’esperienza dell’ascesa è cosi unica che bisogna averla vissuta per trasmetterla.

Adesso siamo in “palcoscenico”. Attendo le stesse emozioni provate al suo debutto sur scène : accadde… ? A lei la parola.

Il palco è un luogo che definirei metafisico. Non è tanto il palco in sè, ma quello che provoca in ciascuno di noi, adrenalina, terrore, gioia,… La mia prima esperienza è stata nel 2013 nel balletto Concerto en Ré di Claude Bessy, direttrice della scuola di ballo dal 1972 al 2004. Una delle ragazze del corso si era infortunata, avevo imparato la parte al volo, e in pochissimo tempo mi sono ritrovata in scena. Il palco dell’ Opera di Parigi intimorisce, è ricco di storia, Maria Callas, Sylvie Guillem, Rudolf Nureyev hanno calcato questo palcoscenico. É una grande responsabilità. Poi inizia la musica, il sipario si apre, ed inizia lo spettacolo, le paure spariscono, viviamo il momento presente, cercando di approfittare di ogni secondo in questo luogo surreale. Tutte le ore di lavoro, sudore e sacrifici vengono ripagate in questi brevi istanti di euforia.

 

                  Claude Bessy                                            John Cranko

Una «frizzante» commedia di Léonide Massine, ma coreografata da Maurice Bèjart : « Gaitè Perisienne » la «commedia danzata» : ballare, diverte ? Mi spiego : non traspare fatica quando siete in scena. Ma ballare è anche un piacere. Con quale stato d’animo affronta un balletto ? 

Ballare rimane sempre un piacere, essendo una forma d’arte cerchiamo di nascondere le difficolta tecniche attraverso i gesti armoniosi, le espressioni del viso. La danza non è uno sport, certo ritroviamo molti virtuosismi paragonabili a diverse discipline sportive, ma il senso estetico che emana dalle coreografie è primordiale nel nostro lavoro. Il mio stato d’animo nell’affrontare un nuovo balletto è sempre positivo, certi spettacoli ci segnano più di altri, a volte la coreografia ci rapisce, altre volte il legame con il maitre responsabile di trasmettere il balletto, é molto soggettivo. Penso che In the middle somewhat elevated di William Forsythe che ho ballato al Teatro alla Scala di Milano, sia stato il balletto che più mi ha entusiasmata, il connubio tra movimenti neoclassici e musica moderna mi ha subito conquistata. Lavorare con Kathryn Bennetts, assistente personale del coreografo, è stata un’esperienza straordinaria.

  

     

Tecnica e interpretazione. La prima è frutto di disciplina, la seconda credo sia dote innata. L’apprende il danzatore nel corso degli anni di studio o è una ricerca interiore che fa il danzatore con sè stesso, quando gli viene proposto un personaggio?

Ripetiamo gli stessi movimenti da quando abbiamo iniziato a ballare, plié, tendus, jetés , ogni mattina riprendiamo questi esercizi nello stesso ordine. Questa routine quotidiana è la nostra casa, torniamo sempre ad essa. Certo ci vuole molta disciplina, il nostro corpo è il nostro strumento e dobbiamo prendercene cura ma allo stesso tempo pretendere il massimo da se stessi, il talento va forgiato.   É una conquista continua, ogni giorno abbiamo la possibilità di fare meglio del giorno precedente, ed è con questa mentalità che cerco di affrontare ogni lezione, prova o spettacolo. Certo la tecnica è essenziale, ma non basta. Quando penso ai ballerini che hanno segnato la storia penso alle emozioni che sono riusciti a trasmettere, al loro modo di interpretare un personaggio fino a farci credere di essere diventato egli, non penso ai salti e alle pirouettes. La tecnica dev’essere «ciò su cui ti ritrovi quando finisci l’ispirazione » Rudolf Nureyev. Penso che la facoltà di riuscire ad interpretare un ruolo sia una dote innata, certo ci si può migliorare, ma l’interpretazione è quello che tiriamo fuori dai meandri della nostra anima, è mettersi a nudo, mostrarsi vulnerabile nella nostra fragilità. É ricerca, studio, ma è soprattutto intuizione.

 

                 Riccardo Luli.                                       Samuele Gamba.

                                                 Daniele Bonelli

Gennaio 2018. Crede che mi sfugga chiederle : ma « lui » com’è ? No, non mi fraintenda : le chiedo Di Roberto Bolle danzatore. L’incanto di Bolle è la sua « leggerezza ». La tecnica non si discute. E’ esigente con il corpo di ballo ? 

Lavorare con Roberto Bolle è sempre molto piacevole, ho avuto la possibilità d’incontrarlo per tre volte grazie al suo programma andato in onda su rai 1, « Danza con me » in collaborazione con la scuola di ballo del Accademia teatro alla Scala. Di lui ammiro la serietà, la professionalità e la disciplina, è esigente con se stesso e con gli altri. Ricordo il primo anno, eravamo tutti separati in diverse file di tutu bianchi, la mia maestra mi aveva messa di fianco a lui, le mani mi sudavano, era impressionante. Roberto Bolle è un simbolo della danza in Italia e nel mondo, ha ballato nei più famosi teatri, Royal opera House di Londra, Lincoln Center di New York, Bolshoi di Mosca,… Incontrarlo è stata un’esperienza davvero entusiasmante.

Non ha una « strada » di fronte a sè, ne ha molte. Le percorrerà tutte ? Repertorio classico ? Contemporaneo ? Ho fiducia nelle sue considerazioni su entrambe le discipline artistiche, mi fido di quello che dirà…

Sono sempre stata una persona estremamente curiosa in ambito artistico e spero di riuscire a collaborare con un gran numero d’artisti, che siano coreografi classici, contemporanei o neo classici. Ogni incontro è prezioso e permette la nostra crescita in quanto interprete. Non voglio chiudermi in una disciplina, ma aprirmi ad ogni nuova esperienza. Non si smette mai di imparare.

E questa è una domanda alla donna : il personaggio che meglio interpreterebbe perchè meglio le somiglia. O anche: quale dei « temperamenti » meglio le somiglia? L’allusione è ai « Four Temperaments » di George Balanchine, a parere personale, metro di misura della danza moderna.

Il mio sogno nel cassetto è interpretare Tatiana in Oneguine   tratto dall’ omonimo libro di Pouchkine. Tatiana è un personaggio romantico, sognatore, solitario che si innamora dell’aristocratico Eugene Oneguine che però la seduce e poi la respinge. Alcuni anni dopo Oneguine incontra per caso un familiare che lo invita ad un ricevimento nel quale ritrova Tatiana che è ormai sposata. Lui le confessa il suo amore, ma lei malgrado i sentimenti che prova ancora per lui, decide di restare fedele al suo marito. Sono gli amori impossibili che vorrei interpretare, gli amori irrealizzati, storie ricche di senso nelle quali l’interprete può perdersi. Non so se posso dire che ho una somiglianza con questo personaggio, ma di certo provo molta empatia per Tatiana, è una storia che mi commuove, che vorrei trasmettere al pubblico. John Cranko è riuscito a creare un capolavoro, i passi a due sono un misto di tecnica, virtuosismi, emozioni con l’aiuto della musica di Tchaikovsky che riesce a trasmettere tutta la poesia della storia. Si ballare Oneguine è proprio il mio sogno nel cassetto!

C’è “dramma” in questa bella chiacchierata con Carlotta Di Monte. Alla fisicità romantica che la caratterizza, l’animo è di chiara formazione passionale e intensa. Predisposta a interpretazioni assolute, avvincenti, figure di donne dagli amori incondizionati ed eterni. Un evidente segnale di una danzatrice pronta a interpretazioni di sentimenti senza tempo. Anche un chiaro messaggio di identità femminile: cedo all’amore senza esserne schiava. Il riferimento di Carlotta Di Monte alla Tatiana di Puškin, rivela l’aspetto intimo di una professionista che traduce con tecnica e passione  il sentimento più assoluto e drammatico di un’opera d’arte: la danza.

Gianni Pantaleo.

Ph:  Émilie Brouchon, Pierluigi Abbondanza, Monica Bragagnoli, Totiva LP.

https://en.wikipedia.org/wiki/Claude_Bessy_(dancer)

https://it.wikipedia.org/wiki/John_Cranko

https://www.degasfornituredanza.com/

In copertina: Carlotta Di Monte. (Ph. Degas abbigliamento danza).

Le immagini e i testi potrebbero essere soggetti a copyright.

 

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One comment

  1. Lucia Amendola

    Dalla lunga intervista, interessante ed esauriente, conosco la nipote di mio cugino, l’archeologo Paolo Moreno.
    Sono anziana e non credo di poter vedere direttamente a teatro Carlotta Di Monte: mi auguro di poter assistere a qualche suo ballo, magari in televisione.
    Spesso il nonno mi parlava di lei.
    Ho notato la precisione e la scioltezza del suo linguaggio, ma sono stata colpita particolarmente dalla passione che nutre per la danza e per l’arte. I miei più vivi complimenti ed auguri per la sua carriera.

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