domenica, 4 Dicembre, 2022 8:35:46 AM

Hovhannes Kutzaky, fashion photo-graphic-designer

di Anna Landolfi.

“Baroque” (2001)

Che buffa la vita: sono stata per lungo tempo loro modella. Io come tante. Un’agenzia che si faceva strada nel mondo della moda e della fotografia per le grandi sartorie del glamour italiano. Quello dei fastosi anni ’80, la “Milano da bere”: dieci anni di alta moda, storici locali iperfashion, come il Muccassassina a Milano, il Tabasco a Firenze, lo Studio 54 a New York, avanguardie artistiche, il rock, la pop art, gli eterni U2, Simple Minds, Roxy Music e poi la new wave,  i catwalk (n.d.r passerelle) nelle due capitali delle moda: Milano e Parigi, le luci, il jet set, gli stilisti. Insomma: una bell’avventura. Ero studentessa a Perugia e molte di noi “arrotondavano” facendo le modelle per sentirsi libere economicamente e poi perché ci piacevano tanto i vestiti. Non che diventata professionista, ci venivano “regalati”, ma indossare quegli abiti da sogno, li avverava come nelle fiabe. Passati gli anni e con il “decadentismo” di fine anni ’90, luci e splendori, cominciarono ad affievolirsi. Ma è anche vero che la carriera di una modella è breve. Così rimesse nelle scatole i “tacco 12” e appesi negli enormi armadi delle sartorie gli abiti di Sarli, Odicini, Capucci e altri “architetti” della moda, rimodulai la mia professione e arrivo in una redazione a occuparmi di…moda. Cerco un numero telefonico tra le sbiadite agende di un tempo, di quando tra un jet e una sfilata, chiamavi le colleghe dagli aeroporti per chiedere “…ma sei già al check-in?”: ritardi mostruosi, timori di perdere l’aereo. Le modelle sono così: perdono tutto, anche gli aerei. L’agendina (negli anni ’80 non c’erano i tablet e i cell. erano ingombranti scatoloni a mano per ricchi), preziosa reliquia, conserva ancora il suo numero: KCreativeStudio. Il responsabile: sarà…ancora lui? Un tipo mica male, paziente fotografo e grafico conteso dalle case di moda. Et voilà: risponde proprio lui. Da ragazza ero un “vulcano” di entusiasmo e allegria: mi riconosce: “…sei Anna. Ciao Anna, ma che sorpresa”. E gli “combino” l’intervista programmata in tal giorno e in tale ora.

 

“The Queens” (1997)

Passa il tempo, ma tutte le ragazze con le quali ha lavorato, la ricordano con affetto. Non siete “facilissimi” voi fotografi di moda, ma lei è un po’ più speciale. Perché la ricordiamo così?

(Ride di piacere, ma neanche poi tanto). Se penso ai quei tempi, riconosco di essere stato pedante, anche esigente. Ma i risultati erano sulle pagine patinate delle riviste di moda. Quello mi interessava. Con affetto’ Non so, forse perché volevo bene a tutti (e ride ma giusto quel po’ di labbra da emoticon).

Non mi dica che ci ha considerate tutte…bambole?

Ma no… anzi. Ho rispettato e amato tutte. Promesse modelle e aitanti modelli. Semmai ho cercato sempre di spiegare che indossare un abito non è essere un “manichino”. Indossare un abito è “interpretarlo” dandogli vita. Il tessuto si anima, la morbidezza delle linee diventano vive. Sfilando sulle passerelle, ognuna di voi era l’interprete dell’abito.

“I Miti”: Atlante (2002)

“I Miti”: Giove. (2002)

“I Miti”: Marte. (2002)

“I Miti”. Mercurio (2002)

E’ vero, ricordo. Ma non ha alzato mai la voce. Lavorando con altri suoi colleghi, alcuni andavano in crash. Lei no. I set erano un trambusto tra truccatori, sarte, parrucchiere e nessuno sbuffava. Merito suo?

Ma no, che dici. Eravamo talmente presi dal lavoro che tempo per tendere i nervi a fior di pelle, proprio non c’era. (e continua a sorridere. Ma neanche poi tanto).

Che “occhio” ha quando ha un soggetto di fronte all’obiettivo?

Occhio? Non so se ho occhio. So che nell’obiettivo ho un soggetto. Che questi non è un’immagine ma nemmeno un frame di un momento di vita. Non amo lo “scatto”. Non amo il fermo immagine. Mai nessuna foto realizzata sui set, è stata una “foto”. E’ vero, sono stato pedante. Sottoponevo a lunghe esposizioni i modelli con continui scatti a raffica. Mai viste subito dopo: non era il momento di controllare cosa “tirava” l’obiettivo. Il mirino era una opzione della vista. Inquadravo, ma la camera è uno strumento che trasmette luce e spazio con tutti i suoi contenuti ad altri strumenti: gli occhi. Insomma una trasmissione di dati, a vedere era il mio cervello.

Variazioni (1999)

E’ un lavoro faticoso?

No. Paziente. E’ un mestiere paziente. Se ti innervosisci, trasmetti la sensazione ai collaboratori. E si lavora male. O meglio, le foto diventano “nervose”. S’intravvede. Si percepisce. Le aziende committenti lo avrebbero percepito. Sai, una foto non è “ferma”. Anche se è l’attimo di un movimento, la foto è “viva”. Respira, anche se ha dimensioni di una pagina, non ha volume, ma ha uno spazio e paradossalmente “vive” in quello spazio. Sui set si è sempre respirata un’aria di professionalità “condita” di gioia.

Lavorare per il piacere di lavorare?

Certo. Non c’è lavoro che non abbia il suo piacere. Altrimenti diventa davvero faticoso. Per tutti.

Antigone (1998)

Briseide (1998)

Cassandra (1998)

Pandora (1998)

Semiramide (1998)

I set di posa: ricordo ambienti sempre in fermento. Un gran trambusto di tecnici e assistenti ma anche profumi e musica. I primi tempi, noi modelle, ci sembrava un po’ folle. Le sarte e i parrucchieri ci inondavano di profumi e sui set, la musica. Ma chi l’avrebbe percepito?

(ride ma neanche poi tanto). Durante le riprese de “Il Gattopardo”, allora giovane assistente alla fotografia, Luchino Visconti pretese che negli armadi delle scene ricostruite degli interni di Palazzo Donnafugata (n.d.r. di Agrigento) a Palazzo Chigi di Ariccia, corredi, tovaglie, ricami e merletti, dovevano essere di biancheria storicamente appartenenti alle famiglie nobili dell’epoca (n.d.r inizi ‘800). Figuranti e abiti indossati, erano di proprietà delle stesse famiglie che prestavano i loro arredi e corredi. Nulla era “finto”. Quando uno dei tecnici chiese al maestro: “…ma maestro, chi vuole che si accorga che tutto questo è vero. Il cinema è finzione!” Il maestro Visconti rispose: “E’ vero, non si vede, ma si sente”. Queste stesse atmosfere le creavo anche sui set fotografici. Un abito, non è solo un abito. Ricostruirgli intorno un ambiente, collocarlo in un contesto, rende abito e indossatrice una realtà davvero esistente. La musica scelta nel contesto della collezione proposta dalle case di moda e i profumi suggeriti per essere anch’essi “indossati”, vi trasportava nel contesto della collezione. Infatti tutti rendevate l’essenza della collezione proposta dagli stilisti. Un dettaglio: un profumo non di “mette”, lo si “indossa”. Una musica non si sente: si ascolta. Sono sensazioni che la camera fotografica “fermava” in tutte le sue emozioni.

Le modelle, i modelli, ricordo i colleghi con nostalgia. Ho memoria di un ambiente non competitivo e collaborativo. Quali caratteristiche dovevano avere i suoi modelli?

Complessa la risposta, perché la domanda è “feroce”. La selezione, direi l’audizione, era severissima. Purtroppo. Le qualità non erano nella fisicità di nessuno. Era l’ultimo requisito richiesto. Ricordo con affetto una modella davvero interessante. Un naso importante: la scelsi subito. Mai cercato la perfezione e quando tutte erano fisicamente simili, era per una scelta d’immagine, mai personale. Il colloquio: parlarsi era fondamentale. C’è un errore che si commette quando si pensa al mondo della moda: la bellezza. Eppure non basta. In passerella, sui set, i protagonisti sono gli abiti, gli accessori. La modella, l’indossatore, non sono loro a sfilare, ma quello che indossano. Valorizzare il capo d’abbigliamento, quello è il compito degli indossatori. La vanità in questo mestiere è una nemica. Capisco la “specchio”, ma deve riflettere l’anima di un volto, non la sua estetica. Le caratteristiche estetiche sono valori aggiunti, mai primari. Antonia Dell’Atte: è stata la musa di Giorgio Armani. Viso spigoloso, altissima, magrissima e poco seno. Un naso prominente: ma era tra le bellissime. Bianca Balti, altro splendore professionale. Un viso virile, mento squadrato: bellissima. Pat Cleveland, una delle prime modelle di colore: alta 1 e 68, apriva tutte le sfilate e in passerella sfilava da sola, seguita da un chorus line di modelle griffatissime di abiti di Oscar de La Renta, Chanel, Vivienne Westwood, uno spettacolo.

“Masquerade” (1998)

“Masquerade” (1998)

“Masquerade” (1998)

“Masquerade” (1998)

Ci ha rese tutte dee. I servizi fotografici erano sempre di un’eleganza che caratterizzava la sua agenzia. Mai “urlata”, mai “esibita”. Nessuna era “gettata” in copertina.

(ride, sembra compiaciuto, ma neanche poi tanto). Ma tutti i modelli e voi ragazze non siete “merce”. Né l’abito è una “cosa”. Dietro una collezione, ci sono fior di professionisti dell’immagine, sociologi, analisti di mercato, tendenze, ricercatori di tessuti che “costruiscono” una collezione. Non è il maglione, la giacca, il cappello, il gioiello…ognuno di questi oggetti è il frutto di una storia. Contestualizzata, storicizzata. Alludo a Cartier, a Chanel, a Miuccia Prada, a Pomellato, Bulgari, a Peter Carl Fabergé, sarti, gioiellieri, artisti di arti orafe e creativi della moda, tra i grandi, Roberto Capucci.

Lei è un grafico: ma i suoi maestri?

Sono “figlio” della scuola dei Gavino Sanna, di Oliviero Toscani. Sono della generazione dei primi graphic designer, i primi software specializzati per gli studi grafici. Non sono un ritrattista, né paesaggista. Lavoro negli studios, nei set costruiti perché possano poi essere riconducibili a luoghi e spazi, purtroppo, non sempre disponibili. La collocazione di una collezione non ha una “location” reale. Alcuni privati ospitano volentieri, altri sono restii, ma come per i saloni della Reggia di Venaria (n.d.r. Torino), a volte riusciamo a lavorare in splendide dimore. Passati gli anni d’oro delle grandi produzioni, i budget si sono ridimensionati, le famose top model hanno ceduto a compensi non più stratosferici. I set stessi sono stati ridotti di numero e la soluzione è stata l’informatica. Ho studi artistici passati a Bari, Roma, Milano, Monaco (n.d.r. di Baviera), Norimberga e Firenze negli anni delle contestazioni e rivoluzioni artistiche e culturali. Poi un corso di laurea di formazione umanistica che mi ha permesso di approfondire gli studi delle arti sia visive che culturali. Non è facile applicare tali conoscenze ad una semplice fotografia. La elabori, la ricrei, la ottimizzi con gli strumenti disponibili rendendo poi l’immagine un’evocazione fantastica.

“Tatoo” (2010)

“Warrior” (2010)

Non si è occupato solo di moda. Suoi lavori sono in esposizione permanente al Circolo Unione di Bari.

Fu un lavoro dedicato alle Muse dell’Arte. Il gran salone delle feste del circolo si chiama Salone delle Muse. Una settimana di lavoro con nove modelle coinvolgendo professioniste e donne occupate come insegnanti, docenti, cantanti liriche. Non solo, una delle Muse è una ragazza di abilità diversa: nel composit, difficile capire chi delle nove è la “diversa”. Una ragione per dimostrare quanto diversi lo siamo un po’ tutti.

 Cosa rimane di quel mondo patinato?

I sogni. E’ipocrita non ammettere che i sogni migliorano il nostro vivere. Guai a chi non sogna. I piedi sono per terra. I problemi di risolvono. Le difficoltà si superano. Ma appena ti addormenti, varchi il mondo dei sogni. Se sei vivo…sogni.

“Ribbon” (2000)

“Pan” (1997)

Potrò citarla nome e cognome a chi ha dato e ci ha dato questi sogni?

Certo che sì: KReportCreative, il nome dell’agenzia. Non sono unico, siamo tanti, io sono uno dei tanti.

Sorride, ma neanche poi tanto. Chiudo la comunicazione con un velo di tristezza. Abbiamo parlato solo di lavoro. Speravo di ottenere qualcosa di più…intimo. Non dico di privato, ma di più umano. Mi sono trovata di fronte uno scudo che forse era stato alzato per proteggersi. Già, per proteggersi. La discrezione o la timidezza passano per ostracismo, forse è solo un uomo che desidera restare al buio. Ma i suoi lavori, restano.

Anna Landolfi.   

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