domenica, 27 Novembre, 2022 4:44:48 PM

Sara Elisa Stangalino-Schulze, “LA CONSISTENZA DELLO SPIRITO”

di Anna Landolfi.

“…la sua afflizione sembrava autentica. Soltanto non capivo come potessi esserne la causa. Mi persuasi che, cedendo all’emotività del momento, avesse semplicemente confuso bersaglio. Avevo quel ruolo soltanto per caso: ero certa che se ci fosse stato qualcun altro al mio posto, Andrzej avrebbe detto e fatto le stesse identiche cose. Lo pensai, cosciente di mentire a me stessa ma onesta nella speranza di rimanere in pace col mondo, o forse con quello che fino ad allora avevo creduto essere la pace e il mondo.”

(Sara Elisa Stangalino-Schulze, La consistenza dello spirito, Diastema 2022, p. 27)

Protesa è la strada percorsa dall’autrice. Con “La consistenza dello spirito”, Sara Elisa Stangalino-Schulze, esplora l’animo esteso ad un nobile fine: l’amore. Si ritrova la sapiente letteratura dell’amore ragionato, quello che lega la mente al cuore perchè i sentimenti sono circuiti neuronali complessi e non possono essere scissi dal cammino di una vita. L’autrice racconta, col garbo della parola, le intime riflessioni di un destino tra un uomo e una donna, rivelando le rispettive coscienze, scoprendo quanto migliore sia una relazione purificata dal dolore o dal dubbo a cui tutti sono serbati, come ostacoli da valicare con la ragione e la consapevolezza che gli intenti di una relazione sono la struttura della bellezza dell’amore.

Sara Elisa Stangalino-Schulze

A memoria, ricordo dall’ultima intervista, lei promise sarebbe tornata a parlarci del un nuovo romanzo, questa volta tratto da una storia vera. È una bella rentrée dal suo titolo precedente “Sine nomine” (Diastema 2020), testo introspettivo dalla accentuata componente noir, quasi metafisica. Il mondo de “La consistenza dello spirito” (Diastema 2022) è invece sagomato a partire da quello reale. Considerando l’ampio spazio dedicato allo scandaglio dell’interiorità dei personaggi: ci troviamo allora di fronte a un romanzo d’amore?

Certamente sì, purché inteso in senso assoluto, ecumenico, epifanico oserei dire. Ossia a condizione che si concepisca l’amore tanto come strumento quanto come fine ultimo. Rivelazione e sostegno. A conti fatti, è la stessa natura della vicenda narrata che obbliga a farlo. Concessioni al sentimentalismo? In pratica nulle.

La memoria. Non esiste futuro senza memoria. È così importante, per crescere con se stessi, ritornare indietro nel tempo?

Ha colto uno degli aspetti – a mio avviso – più significativi del romanzo. Il rapporto tra la dimensione plurale del tempo e la sua esperienza nella nostra quotidianità; tra apertura spirituale oserei dire neoplatonica e vincolo dettato dalla corporeità. Detto meglio: la relazione tra sentimento dell’eterno e coscienza della percezione imperfetta che l’essere umano può trarne. La storia dell’uomo trabocca di filosofie a riguardo. Nel nostro caso direi che, al di là del pur vero messaggio proustiano – e qui cito Gilles Deleuze nella definizione di un passato che persiste nel presente e che nel presente porta maturazione – sussiste una profonda assonanza col motivo dell’eterno ritorno, l’imperativo categorico, nella ricerca di “vivere in modo da poter desiderare di rivivere questa stessa vita in ripetizione eterna”. Volerlo fare. Nel romanzo, la malattia del protagonista è la molla che fa scattare l’ingranaggio: Andrzej si interroga non sulla quantità di tempo che il cielo gli riserva, non sulla sua qualità, ma sulla possibilità di esperire altre dimensioni del tempo. Il discorso si apre a ventaglio, fino a Bergson e l’approdo alla dimensione dell’inconscio, e ancora prima un’eco di Kierkegaard, il tempo come dimensione fideistica ossia la scelta deliberata di credere nella sua eternità. Di lì il ruolo della musica e dello spirito che emergono attraverso il mito di Parsifal, e che rendono possibile la percezione di una temporalità non soltanto infinita ma anche ‘orientata’, ‘finalizzata’, rivolta a uno scopo, quello di dare un senso alla crisi terrestre, etimologicamente intesa. Da lì poi l’idea di ‘consistenza’ come ‘resistenza’ vuoi fisica vuoi spirituale, e via dicendo.

Anna Quaranta (Fondazione Accademia Internazionale di Imola n.d.r.) così introduce il romanzo: “Come in un pas de deux, il sipario si alza…” presentando Micol e Andrzej con la dolorosa tenerezza di due protagonisti che affronteranno un futuro d’insiemi riflettendosi l’un l’altro, con la coscienza di ciò che è stato. È un’operazione coraggiosa che tutti dovremmo fare su noi stessi. L’amore è ragione? Dove sta il sentimento, allora?

La ragione non è un unguento che imbalsama il cuore e lo mummifica, tutt’altro: soccorre piuttosto a comprenderne gli slanci. Il confronto a due più spesso è lotta: c’è dell’agonismo in tutto questo travaglio, consapevole o inconscio che sia. La consistenza dello spirito prende spunto da una vicenda reale, è il racconto a due voci di una doppia trasformazione, di un incontro che valica la dimensione ordinaria, dove il concetto di luogo comune semplicemente non esiste: un legame che sovverte scale di valori, le ridefinisce, rifonde da zero la realtà. Per i personaggi capire come si è arrivati a tutto questo è una necessità, equivale a comprendere il senso di ciò che si vive, giorno per giorno.

I caratteri introspettivi dei suoi protagonisti hanno caratteristiche “colte”. Intendo: nel contesto dei luoghi di città dal passato di fasti artistici, loro rappresentano quella sensibilità alle arti quasi fossero stati essi stessi forgiati dal luogo. Può sembrare teoria darwiniana, ma le arti, la musica, l’amore alla visione “evolvono” il sentimento di un uomo e una donna fino a riconoscersi l’un l’altro?

Perfettamente. Le arti, più d’ogni altra cosa, hanno radici. Andrzej, a un certo punto della narrazione, nel tornare con la memoria ai luoghi d’origine, afferma: “Queste cose non si scoprono, semplicemente di tanto in tanto riaffiorano. Sono sempre lì, a moderare con la loro lingua ancestrale le impressioni che raccogliamo nella nostra frenetica quotidianità e le avvolgono col familiare velo della terra madre che non smette mai davvero di intonare per noi le sue antiche nenie.” Dallo sfondo di una geografia complessa, emerge una Polonia vissuta nella tinta nostalgica dei ricordi d’infanzia: la mente vi torna costantemente per ritracciare il filo di una vita che pare essersi scomposta, nei viaggi di Andrzej, nei tempi inquieti del vissuto, negli spazi occulti dell’inconscio, turbati da nevrosi, traumi, ombre antiche. Quella più grande di tutte è la musica di Rachmaninov, una sofferta eredità spirituale che grava sulle spalle del giovane e che dovrà giocoforza risolvere, nella coscienza che il passato non si estingue da sé, ma si rinnova nel presente, rinasce, come fenice dalle proprie ceneri.

Ritrovarsi soli con se stessi… Ci sarà il momento in cui, specchiandomi, mi accorgerò di me. Non è dolorosa questa considerazione? Possibile che nell’arco di una vita, viva io cieca di me?

Possibile. Certamente non auspicabile. Un po’ improbabile, direi. Ma in fondo, siamo sinceri: l’essere umano, chi davvero può dire di averlo risolto?

Sempre attenta alle parole di Anna Quaranta che così presenta “La consistenza dello spirito”: “…coi fregi arabescati… col bugnato di Firenze… con la ventosa Varsavia… con piogge dorate e cristalli di ghiaccio…”. Le pagine profumano di quiete. Come già in “Sine nomine”, le turbolenze dell’anima si agitano sempre nel silenzio. Non si percepiscono eco, rimbombi, frastuoni di fondo. Le uniche grida sono i pensieri dei protagonisti. Azzardo una visione: Wim Wenders, “Il cielo sopra Berlino”. Nella caotica metropoli è l’angelo a percepire i suoni degli uomini: i loro pensieri. Questa empatia emerge dai suoi romanzi. Da scrittrice, lei certamente ci “percepisce”. Lo sa che ha un dono?

Ora sorrido. Sì, perché penso che l’essere umano abbia più empatia di quanto generalmente si creda o si vada dicendo. Piuttosto, ecco quel che credo sia il dubbio di fondo: che cosa vogliamo farcene di questo dono? Adesso mi accuserà di cerebralismo, dopotutto anche ascoltare cosa cela il rumore del silenzio è una scelta, dico. E, ammettiamolo, una qualche energia la richiede. L’arte è sprone, la musica nella fattispecie; l’accettazione non è mera passività, tutt’altro: porta in sé il germe della metamorfosi, del cambiamento; getta una luce nuova sulle cose del mondo, sulla faticosa strada verso la compassione, l’esperienza umana pienamente condivisa.

La musica. “Dove c’è la musica non c’è il Diavolo”, pare sia una bella frase di Antonio Vivaldi. Andrzej è un pianista…

Sì, un giovane pianista affetto da una malattia ereditaria, complicata da una psicosi causata da un trauma che ha irrimediabilmente sfregiato la sua adolescenza: la morte prematura del fratello maggiore, anch’egli concertista, nella quale Andrzej non tarda a riconoscere una cronaca annunciata della propria. Forse è proprio questo il ‘diavolo’ che tormenta Andrzej: alzarsi ogni mattina e scorgere l’ombra del diavolo riflessa nel suo Bechstein. Lei non pensa invece che il diavolo stia un poco ovunque? nella musica più di tutto? Io sì. Ma forse parliamo di due diavoli diversi.

L’amore redime il dolore. Credo sia l’analisi meglio opportuna per i protagonisti del suo romanzo. Un percorso fatto di introspezione, che rivivifica le rispettive esistenze. Possiamo accorgerci di uno sbaglio prima che questi accada? Ho amato l’uomo sbagliato e me ne accorgo (con dolore) dopo. Perché?

Domanda alla quale una manciata di psichiatri risponderebbe certamente meglio di me. Ma guardiamo alle nostre parti oscure, facciamocene una ragione, traiamone vantaggio rendendole costruttive (a questo serve il diavolo di cui si parlava poco fa), e forse allora saremo in grado di azzardare una risposta alla domanda che lei pone. Che cosa è davvero uno sbaglio? Parliamo del romanzo: Andrzej ha un quadro clinico complesso. In un tale contesto, che cosa è l’affetto per un essere umano? Può essere uno sbaglio? Il più delle volte è un atto di coraggio. Con una spada di Damocle per i più scettici: lo è senz’altro, e senza garanzie.

Una piccola “perla” per i lettori: errando o no, bisogna lasciarsi andare all’amore col cuore o con la testa? Posso risponderle per me? Sbaglierò sempre: in primis mi funziona sempre il cuore. Promesso, non mi piangerò addosso.

Una citazione dal libro: “…l’intelletto sa cosa può attendersi, ma se il cuore è tardo a ragionare non ce la si fa. Ed è noto che il cuore è sovente assai tardo a ragionare.” Testa… cuore… Una proposta rivoluzionaria: e se li usassimo entrambi?

E’ la stessa autrice a porre la domanda dell’infinito questionario dell’amore. Ciò che ci lascerà eternamente perplessi è quella particella congiuntiva che inseriamo spesso quando non siamo mai certi di applicare un’azione: SE. Dovremmo, quindi, essere sempre certi di comportarci come l’azione prevede, ma così rischieremmo di sbagliare. Nel nostro non infinito vivere, non possiamo permettercelo ed è questa la ragione dei nostri dubbi e dei nostri passi calibrati. Correre il rischio di sbagliare. Anche in amore.

L’autrice presenterà il suo ultimo libro: “La consistenza dello spirito”, il prossimo 22 maggio, al salone del Libro di Torino, presso la stand della Regione del Veneto e degli Editori Veneti (W126, padiglione Oval).

In copertina: Sara Elisa Stangalino-Schulze.

Ph. Maddalena Roversi.

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