domenica, 27 Novembre, 2022 5:38:52 PM

100 anni con lo Zingarelli (e con “La Divina Commedia” di Nicola Zingarelli)

di Trifone Gargano.

Il nome di Nicola Zingarelli (1860-1935), linguista, filologo e critico letterario italiano, è legato, nell’immaginario collettivo, al suo Vocabolario, che in questo 2022 festeggia i 100 anni dalla sua prima edizione in volume unico, per i tipi Bietti e Reggiani di Milano, presso i quali già nel 1917 era uscita una prima edizione a fascicoli.

A partire dal 1925, fu curata anche una Edizione minore adattata ad uso delle scuole di primo grado, in piccolo formato, e con meno della metà delle pagine dell’edizione maggiore. Dal 1941, il Vocabolario delle lingua italiana di Nicola Zingarelli fu rilevato dalla casa editrice Zanichelli, che, a partire dal successivo 1993, lo pubblica in edizione annuale.

Al lavoro del linguista, e a quello del filologo, Zingarelli affiancò sempre quello del raffinato critico e studioso della letteratura italiana, con attenzione dedicata tanto ai Classici, quanto anche ai minori. Per i Classici italiani, mi limito a citare soltanto la lunga fedeltà a Dante e alla sua opera, sulla quale fra poco scriverò, e il commento alle Rime di Francesco Petrarca, che la casa editrice Zanichelli, nel 1963, per onorare la memoria di Nicola Zingarelli, pubblicò in volume.

Nel suo fervido lavoro critico, Zingarelli portò a compimento ben due diverse edizioni della Commedia dantesca. La prima, in tre volumi rivolti alle scuole, negli anni 1899-1900, per la casa editrice Luigi Pierro di Napoli;

la seconda, nel 1934, per i tipi dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo.

Queste due edizioni del poema dantesco sono da collocare nel contesto del coevo dibattito sugli ordinamenti scolastici italiani, ma anche sotto il segno di quell’effervescenza degli studi e delle acquisizioni storiche, filologiche e linguistiche intorno alla vita e all’opera di Dante, determinate, tra fine Ottocento e i primi decenni del Novecento, dalle attività promosse dalla «Società Dantesca Italiana» e, in maniera particolare, da Michele Barbi, con il quale Nicola Zingarelli aveva instaurato, da tempo, un proficuo rapporto di amicizia e di collaborazione. Le edizioni zingarelliane della Commedia, dunque, come segmento minore della più complessiva storia della fortuna e della lettura della Divina Commedia, all’interno della tumultuosa storia civile, culturale e istituzionale d’Italia.

«Felice ardimento è stato quello di Nicola Zingarelli [scriveva Michele Barbi, nel 1904, come recensione al libro sulla vita e sulle opere di Dante, pubblicato da Zingarelli l’anno prima]. Educato al buon metodo nella ricerca storica e filologica, fornito di eccellenti attitudini a intendere e giudicar l’arte […] ha saputo [Zingarelli] dare alla trattazione quell’ampiezza, quel rigore e quella compiutezza che si convengono ad opera che vuol essere nello stesso tempo conclusione delle indagini passate e fondamento di quelle future». È nota la consuetudine di Michele Barbi a utilizzare proprio lo strumento della recensione, per intervenire, con la riconosciuta autorevolezza del maestro, a correggere inesattezze (se non proprio errori) nei lavori altrui, e a comporre, attraverso questi capitoli sparsi, il suo monumentale, instancabile, lavoro (enciclopedico) su Dante.

Nella sua recensione Barbi analizza la trattazione zingarelliana della Commedia, con atteggiamento puntiglioso e severo, ponendo questioni critiche allora fortemente dibattute (talune di esse lo sono ancora oggi), sul titolo dell’opera dantesca, sui principali manoscritti della Commedia, sulle tormentate vicende di giungere al testo critico del poema, sui «due tempi» del poema dantesco.

Il Regio Decreto 689, dell’11.09.1892 (ministro Ferdinando Martini), in una acclusa tabella (Limite e ripartizione delle materie insegnate nei Ginnasi e nei Licei), per i programmi di lingua e letteratura italiana della scuola secondaria classica, fissava, per il triennio liceale, lo studio della “esposizione” dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, conferendo, così, al poema dantesco funzione pedagogica e intellettuale. Per le scuole normali (cioè, le scuole magistrali), la complessa cantica del Paradiso veniva limitata alla lettura “di qualche episodio, scelto fra i più facili”, con l’aggiunta di notizie su tutta la cantica. Nei primi programmi d’esame per le scuole tecniche (promulgati, come ho già scritto, nel novembre del 1860), una sezione conclusiva era riservata al commento “filologico ed estetico sopra alcuni luoghi scelti di Dante, Petrarca, Ariosto …”. In quest’ordine di scuola, dunque, la presenza dantesca non era considerata come esclusiva (o privilegiata). Inoltre, veniva prescritto un approccio, per tutti gli autori indicati, di tipo antologico (per passi scelti), e non di lettura integrale. Nei decenni successivi, la preoccupazione dei governi in carica si concentrò principalmente sulla formazione linguistica (per il contrasto all’analfabetismo). Nel 1913, per i così detti licei moderni, con programmi sperimentali, caratterizzati dalla sostituzione del greco con due lingue straniere moderne, e dall’inserimento, per l’Italiano, dello studio di alcuni autori stranieri, a Dante veniva riservato un posto notevolissimo, proprio con l’intenzione di rendere familiari i più bei luoghi delle tre cantiche, invogliandone la lettura autonoma e personale del poema. Finalità, quella della lettura autonoma, così moderna, quanto, ancora oggi, disattesa, nei percorsi della scuola secondaria di secondo grado. Sfugge, infatti, a tutt’oggi, ai più, tra i docenti, che la finalità dell’insegnamento della letteratura italiana, in tale ambito, non è la formazione di specialisti dell’analisi del testo, quanto, piuttosto, quello di sicuri lettori. Con lessico pedagogicamente più raffinato, oggi, diremmo:

«sviluppare nello studente la competenza (e il gusto, cioè, il piacere) per la lettura autonoma, affinché la eserciti lungo l’intero arco della sua vita»

Nel 1883, nella sua relazione finale per i lavori della Commissione ministeriale sui libri di testo, Anton Giulio Barrili, patriota, scrittore e docente di letteratura italiana presso l’ateneo genovese, auspicava che negli istituti e nelle scuole tecniche si registrasse un più diffuso studio del poema dantesco, indicandolo come il «codice letterario e politico delle genti italiche», e facendo voti che il poema dantesco divenisse «familiare anche a coloro che volgono gli studi della vita a materie puramente scientifiche». Nel gennaio del 1920, il ministro Alfredo Baccelli, nel governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, intervenendo sui programmi dei licei, lasciava, sostanzialmente, inalterata la presenza di Dante (nel triennio liceale), con la sola precisazione che, per la prima liceo, si indicava la lettura (integrale) dell’Inferno; mentre, per la seconda e la terza classe, letture dal Purgatorio e dal Paradiso. Sensibile riduzione della presenza dantesca si registrava per il liceo moderno (confinandolo al solo primo anno di liceo). Giovanni Gentile, con il Regio Decreto n. 2345, del 14 ottobre 1923, intervenne radicalmente sugli orari e sui programmi di insegnamento, tracciando, nella sua riforma, una nuova scuola (e anche una nuova idea di società), all’interno di un complesso sistema di esami di passaggio, da un ordine all’altro degli studi. Nell’esame di licenza della scuola complementare (con durata triennale, e collocata dopo l’istruzione elementare, priva di sbocchi ulteriori, e pensata così da Gentile, proprio per sbarrare l’accesso di massa a gradi diversi dell’istruzione secondaria), era richiesta la conoscenza di figure ed episodi, tra i più famosi e canonici, della Divina Commedia.

                                          Giovanni Gentile

Stessa conoscenza era richiesta all’esame di accesso alla prima liceo (in chiusura del ginnasio superiore). Per gli esami della maturità classica, le indicazioni ministeriali gentiliane suonavano in modo molto vincolante, prevedendo l’accertamento della conoscenza integrale di almeno una delle tre cantiche dantesche. Grosso modo analoghe erano le richieste per i candidati agli esami della maturità scientifica. Dante figurava, nel disegno gentiliano, anche come autore da conoscere e da discutere per le prove orali degli esami di abilitazione degli istituti tecnici. Per gli esami finali del liceo femminile, invece, veniva richiesta la conoscenza antologica di passi della Divina Commedia. Con la successiva sistemazione (parziale) degli ordinamenti, intervenuta nel 1930 (R.D. n. 1467), Dante veniva reso obbligatorio nell’esame di abilitazione all’insegnamento elementare. Ancora, nel 1933, con due rispettivi decreti, riguardanti, l’uno, l’istruzione classica, scientifica e magistrale (n. 892), l’altro, quella tecnica (n. 491), Dante veniva richiesto come uno dei due autori da portare alla prova di maturità (il secondo doveva sceglierlo la Commissione d’esame, all’interno di un elenco presentato dal candidato). Per Dante, bisognava dimostrare di conoscere una cantica per intero, e, delle restanti due, almeno 25 canti complessivamente; inoltre, bisognava dimostrare di conoscere il disegno generale del poema, e alcuni «assaggi» dalla Vita Nuova e dalle Rime.

Per quanto riguarda i libri di testo, nei primi decenni del Novecento, si registra, tanto nei licei quanto nelle scuole tecniche, l’assoluto predominio dell’edizione della Commedia con il commento di Tommaso Casini, che vantava, per l’anno scolastico 1914-15, ben 65 adozioni nei licei, e 24 negli istituti tecnici.

Pubblicata per la prima volta nel 1887, da Sansoni, nella Biblioteca scolastica di classici italiani, fondata e diretta da Carducci, questa Commedia giunse, nel giro di pochi anni, a registrare ben cinque edizioni. Erano diffusi anche strumenti e sussidi didattici destinati agli istituti tecnici, quali le Tavole dantesche ad uso delle scuole secondarie (1889) di Adolfo Bartoli e Tomaso Casini; il Manualetto elementare per l’intelligenza della Divina Commedia (1910) di Giovanni Federzoni; l’Avviamento allo studio della Divina Commedia (1906) di Francesco Flamini; le Tavole riassuntive della Divina Commedia (1920) di L. M. Cappelli.

Carducci ebbe sempre a cuore l’esigenza (se non l’urgenza) di modificare i metodi d’insegnamento nelle scuole d’ogni ordine e grado del neonato Stato italiano, ponendo al centro della sua riflessione, del suo magistero, e del suo impegno istituzionale (in qualità di Ispettore e membro di Commissioni ministeriali), la questione dei libri di testo, come strada privilegiata per giungere allo svecchiamento della scuola italiana, che ereditava dalla tradizione clerico-gesuitica stili, norme, strumenti e metodi, evidentemente, non più riproponibili. Questa Biblioteca scolastica di classici italiani, della casa editrice Sansoni, assieme con altre iniziative patrocinate da Carducci, rientrava in un suo più ampio progetto di autentica politica libraria, che vedeva nell’oggetto libro (nel manuale scolastico) uno strumento da valorizzare nella nuova scuola, che, non senza difficoltà e contraddizioni, prendeva forma. Carducci forniva indicazioni precise sull’allestimento delle antologie scolastiche, sulla presenza in esse dei commenti, e sulla loro specifica natura; sulla necessità di operare scelte oculate nei percorsi antologici, giacché quella delle «scelte è arte, a dir vero, difficilissima e troppo alla brava praticata in Italia»; sulla necessità, per i classici, di fornire scelte «di prose e di rime per intero»; ovvero, con tagli, per la lettura dei minori, e per «rappresentare la storia di un genere letterario o poetico, per esempio la lirica […]» (da Lorenzo Cantatore, La proposta educativa nelle Letture italiane di Carducci e Brilli, p. 220, in Renzo Cremante e Simonetta Santucci, a c. di, Il canone letterario nella scuola dell’Ottocento, CLUEB, Bologna 2009).

C’è anche un Dante «proibito», e poi «esibito» come autore proprio, da parte del magistero cattolico, che merita di essere raccontato, proprio perché questa vicenda ha rappresentato (e, in parte, rappresenta ancora) il tentativo censorio di disciplinare e di controllare (se non di ostacolare e bloccare) la diffusione «pop» del poema dantesco. L’Indice dei libri proibiti (Index Librorum Prohibitorum), la cui prima emanazione risale al 1559, per volontà di Papa Paolo IV, fu aggiornato periodicamente, per secoli, fino al 4 febbraio 1966, allorquando, cioè, la Congregazione per la dottrina delle fede ne decise l’abrogazione. In tal modo, la Chiesa cattolica, cioè la Curia romana, ha esercitato il suo controllo egemonico e censorio su tutto il mondo della cultura. Così facendo, la Curia romana, di volta in volta, ha deciso cosa pubblicare e cosa non pubblicare; quali opere potessero circolare e quali no; quali Autori fossero destinati alla lettura e quali no. Con specifiche bolle papali, di fatto, veniva esercitata la censura preventiva sui libri da mandare in stampa, grazie all’espediente del così detto «imprimatur» (voluto dalla bolla di Papa Leone X, nel 1515, Inter Sollicitudines), cioè, il «visto, si stampi». Il primo Indice romano, detto «Indice Paolino», includeva tutte le traduzioni della Bibbia nelle lingue volgari (tedesca, francese, spagnola, italiana, ecc.); il Talmud; l’intera produzione di Niccolò Machiavelli; il Decameron di Giovanni Boccaccio; e tante altre opere, sia antiche che contemporanee (per un totale di ben 117 Autori, 127 Opere e 332 opere anonime). Dante Alighieri fu inserito subito in questo Indice dei libri proibiti, sin dalla stesura del 1559, come autore da non leggere, da non stampare, e da non diffondere, per il De Monarchia. Finirà nell’Indice dei libri proibiti anche la Commedia di Dante Alighieri illustrata da Ugo Foscolo, e pubblicata a Londra nel 1842 (con la Prefazione di Giuseppe Mazzini, che si firmò con l’espressione «Un Italiano»). La furia censoria della Chiesa romana ha colpito, dunque, anche il poema dantesco.

Dopo secoli di proibizione e di divieto di stampa, e di lettura, la Chiesa ha virato di 360° il suo atteggiamento nei confronti di Dante Alighieri, e, in modo particolare, della Divina Commedia, annettendola a sé, direi esibendola come testo cattolico, come opera identitaria della visione cattolica dell’uomo e del mondo, giungendo a definirlo «poeta nostro». Nel 1965, infatti, Paolo VI, allora pontefice regnante, in occasione dei 700 anni dalla nascita di Dante Alighieri (1265), in chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre, emanò una lettera apostolica, Altissimi Cantus, per celebrare il centenario dantesco, ma anche per ribadire, nel solco della tradizione del Magistero cattolico, in modo solenne, l’appartenenza alla cattolicità di Dante Alighieri, e della Divina Commedia:

Dante Alighieri è nostro per un diritto speciale: nostro, cioè della religione cattolica, perché tutto spira amore a Cristo; nostro, perché amò molto la Chiesa, di cui cantò gli onori; nostro, perché riconobbe e venerò nel Romano Pontefice il Vicario di Cristo in terra. [Paolo VI, Altissimi cantus, dal prg. 9]

                                  Papa Paolo VI

Era stato papa Benedetto XV, nel 1921, con l’enciclica In praeclara summorum, ad auspicare che Dante venisse assunto dalla scuola, e dalla gioventù, come maestro di dottrina cristiana, nella vita e nella letteratura. Dante «poeta cristiano», recitava esplicitamente un passaggio di quell’enciclica, capace cioè di cantare le «istituzioni cristiane» nella loro «bellezza«», e nel loro «splendore». Spingendosi a definire la Commedia dantesca come un «quinto evangelo».

Fin troppo facile sarebbe riportare, qui, versi della Commedia che sconfessino quest’affermazione del pontefice, intorno alla bellezza e allo splendore delle istituzioni cattoliche, cantate, a suo dire, da Dante. Paolo VI, nel 1965, sostenne, dunque, la tesi di un Dante poeta dei teologi e teologo dei poeti, riaprendo, di fatto, con questa affermazione, un lungo dibattito a distanza, direi, meglio, una lunga disputa a distanza, con alcuni settori della critica dantesca laica, intorno alla collocazione, tutta all’interno del recinto cattolico, di Dante Alighieri e della sua Commedia. Si pensi, solo per fare un nome, tra gli obiettivi polemici (non pronunciati da Paolo VI), a Benedetto Croce, che, proprio nel 1921, aveva pubblicato un saggio fondamentale per gli studi danteschi, La poesia di Dante. Nel 1965, Benedetto Croce era morto già da tempo (1952), ma la sua influenza sul mondo accademico (e su quello scolastico), compreso quello della editoria scolastica, era ancora imponente e attiva. Il 1965, per altro, segnò anche l’inizio di un’età in cui la scuola italiana, sotto la spinta del progresso, del benessere, e di ben precise riforme parlamentari, si avviava a diventare scuola di massa. La scuola media unica era stata, infatti, appena istituita (1963), e poi, via via, nei decenni successivi, giunsero l’accesso libero agli studi secondari superiori, e quello ai percorsi universitari.

                                Benedetto Croce

Sostanzialmente, Paolo VI, con la sua lettera apostolica, ridava slancio e vigore intellettuale alla disputa che era già partita nell’Ottocento, tra la cultura liberal-massonica, che faceva di Dante il campione del Risorgimento (basti pensare al «ghibellin fuggiasco», di Foscolo; o al Dante padre della patria di Mazzini), e la cultura cattolica. Tra fine Ottocento e primo Novecento, si registrò una significativa effervescenza degli studi e delle acquisizioni storiche, filologiche e linguistiche, intorno alla vita e all’opera di Dante Alighieri, determinate da diversi fattori, tra cui le attività promosse dalla Società Dantesca Italiana, e, in maniera particolare, dallo studioso Michele Barbi. Fervore che accompagnò il così detto «mito di Dante», e la sua monumentalizzazione (con la intitolazione di piazze, scuole e strade, in tutti i borghi e in tutte le città della giovane Italia).

L’odierna lettera apostolica, Candor lucis aeternae, di Papa Francesco I, uscita in occasione dei 700 anni dalla morte del poeta, nel 2021, assume, allora, più l’aspetto di un appuntamento con il Magistero cattolico, che quello di uno spontaneo tributo a Dante Alighieri, e alla sua opera. Papa Francesco I, in questa sua lettera apostolica, insiste, infatti, sul concetto di Dante «profeta di speranza».

Dietro la disputa sull’appartenenza (o meno) di Dante alla cattolicità, si nasconde, evidentemente, ben altra disputa, e cioè quella intorno al controllo della formazione dei giovani, che la Chiesa cattolica, in Italia, ha perso con la nascita dello Stato italiano, e con l’avvento della scuola pubblica. I termini di questo scontro, dunque, erano ben chiari già nel 1921, nelle parole di papa Benedetto XV, e persistono tutt’ora, sia pure con stile sfumato (direi ben dissimulato), nella lettera apostolica di Papa Francesco I. Nella sostanza, il nodo critico resta identico, tra l’un papa e l’altro, e cioè il desiderio di controllare la formazione dell’intera società.

L’edizione zingarelliana del 1934 della Commedia è integrale. L’Esposizione che precede le tre cantiche funge da lungo e dettagliato sunto della materia, con valore di introduzione al disegno generale del poema. Lo stile di questa Esposizione è leggero, senza note al testo e senza altri orpelli o inciampi critici, un autentico invito alla lettura (e allo studio). La consuetudine editoriale di premettere alla Commedia un sunto era diffusa; basti consultare, per gli anni immediatamente precedenti, sia il Manuale della letteratura italiana (1908) di Alessandro d’Ancona e Orazio Bacci, tra i più adottati nelle scuole del tempo; sia il Manuale della letteratura italiana compilato a uso della scuola secondaria (1910), di Francesco Torraca, destinato ad analoga fortuna editoriale.

Zingarelli concludeva la sua Esposizione con il suggerimento alla visione unitaria dell’opera e della vita di Dante:

«L’uomo e l’opera si compenetrano: chi considera la Divina Commedia come separata dalla interiorità totale del suo autore, dimostra quale enorme distanza separi la nostra mentalità ed esperienza da quella dell’età dell’Alighieri».

Sempre in premessa al testo, Zingarelli ospitava un breve ma denso intervento di Paolo D’Ancona, La Divina Commedia e le Arti figurative, con il quale lo specialista di storia dell’arte si incaricava di passare in rassegna i maggiori interpreti pittorici del poema dantesco, da Giotto a Michelangelo, fino ai contemporanei Dante Gabriele Rossetti, Francesco Scaramuzza, Bartolomeo Pinelli e altri, chiarendo, per ciascuno di essi, pregi e limiti della rispettiva interpretazione e resa per immagini degli episodi e/o delle figure, dei luoghi e dei mondi dell’aldilà danteschi. L’edizione zingarelliana, infatti, offre più di una cinquantina di riproduzioni, di tutti i tempi (e di tutti gli stili), con un’impostazione e una efficacia didattiche estremamente moderne.

La perizia del filologo e del linguista veniva mirabilmente condensata in quattro pagine, Spiegazione delle abbreviazioni delle note marginali, nelle quali Zingarelli s’incaricava di dare contezza delle sue scelte di editore del testo, riferendo in maniera succinta (e leggera) della storia della tradizione manoscritta dell’opera dantesca, e dei guasti, ch’egli giudicava “insanabili”. Sempre in queste quattro pagine, Zingarelli si diffonde in una puntigliosa e rigorosa disamina di alcuni casi particolari della corruzione linguistica del testo dantesco: il suono della «i» (fuso con le vocali contigue); il pronome «io», spesso ridotto a «i»; l’uso dell’apostrofo; il caso della duplice attestazione grafica delle aferesi (piena e/o mozza); la dittongazione «ie» e «uo» (largamente presente nel fiorentino, al tempo di Dante, ma non in altre parlate); l’incertezza delle forme verbali, per l’imperfetto indicativo dei verbi in «ere» e in «ire» («aveva» / «avea»; «partiva» / «partia»); il colorito lessico dialettale («basciare»; «abbrusciare»; «camiscia»; ecc.); la presenza di una vena linguistica latina, non escludendo in alcuni casi una certa «saccenteria del copista» («intrare»; «maculato»; «ruina»; ecc.). Con la rivendicazione (orgogliosa) del filologo di aver migliorato l’edizione del testo dantesco in alcuni passi. Per esempio, in Paradiso XXVII, 100, Zingarelli leggerà in modo difforme da tutta la tradizione manoscritta della Commedia: «ho riconosciuto  che le […] lezioni vivissime e vicissime sono alterazioni di imissime, non decifrato dal più antico copista». Non leggerà così Giorgio Petrocchi, editore critico della Commedia, lì dove, infatti, in Pd. XXVII, 100 fisserà «vivissime», aggettivo con valore di superlativo assoluto, con significato di «altissime». Passo, comunque, che resta molto incerto. Sulla scorta proprio di Zingarelli, tanto Ernesto Giacomo Parodi, quanto Michele Barbi, accoglieranno la lezione “imissime”, con valore di superlativo relativo (con il significato di “le più lontane dalla terra”, o “le più alte”); successivamente, anche da Sebastiano Aglianò accoglierà la lezione Zingarelli. Il passo incriminato cade all’interno della (bella) sequenza narrativa della «mente innamorata» (ai vv. 88-120 di Pd. XXVII), con l’ascesa del poeta al Primo Mobile.

In conclusione, mi pare di poter affermare che Dante Alighieri vada, finalmente e una volta per tutte, de-monumentalizzato e de-strumentalizzato, auspicando un ritorno a Dante “con” Dante. Potrà sembrare semplicistico questo mio auspicio, ma sento, da docente, che tornare a Dante con Dante, attraverso la lettura diretta e libera della sua opera, non solo della Comedìa, ma dell’intera opera dantesca, sia una autentica rivoluzione. Recuperare la potenza espressiva e la bellezza della fulminante terzina dantesca, con i suoi tre versi endecasillabi a rima incatenata (ABA BCB CDC).

Trifone Gargano.

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