sabato, 4 Dicembre, 2021 10:54:28 AM

Gennaro Guida, scultore della luce

Di Gianni Pantaleo.

E’ luogo comune pensare che gli artisti siano “esibizionisti”. Nel mio lavoro sono spesso al loro fianco. Certe “esuberanze”, molti loro comportamenti “enfatici”, “maestosi”, “esagerati”, sono “innocenti” bisogni di chi vuole comunicare. E lo fanno attraverso un palcoscenico, un libro, una canzone, una foto… Sapete? Gli artisti sono persone speciali: il loro mestiere è quello di volere “dire qualcosa”. Seguo prove, sono spesso presente all’immane lavorìo per la messa in scena di uno spettacolo, assisto a “incomprensioni” tra loro, alcune volte con curiose “sceneggiate”, al solo fine della ricerca del “linguaggio” più giusto, con cui si presenteranno a noi pubblico. La “presunzione” dell’artista è un pregiudizio. E’ invece la “disperata” forza di chi vuole esprimere il proprio modo di pensare. Arte è immagine…e luce. Gennaro Guida della luce ne fa arte. Qui di seguito, la piacevole intervista al maestro fotografo.

Gennaro Guida, fotografo.

Dal principio: la sua prima macchina fotografica…

La mia prima macchina fotografica: una piccola Reflex Entry Level, comprata per passatempo, utilizzata per la prima volta durante uno spettacolo di teatro. Poi, sempre per gioco ho fatto vedere le foto (all’epoca non conoscevo neanche le basi della post-produzione) alla mia insegnante di teatro, che le trovò molto interessanti. Da quel giorno mi è scattato uno stimolo affascinante: apprendere le basi di una buona fotografia. Ho cominciato a leggere, a studiare, osservare altri fotografi in azione e sempre in silenzio, sempre dietro le quinte in un mondo che ancora non conoscevo.

Lei è un professionista. Per essere tale, ha certamente un percorso di spessore che le ha permesso di “dominare” l’obiettivo. C’è molto studio. Quando ha cominciato, si aspettava questi risultati?

A dir la verità, ancor oggi, credo di avere tantissimo da imparare. Non avrei mai sperato di raggiungere un livello professionale, ho dato sempre poca importanza ai numeri della fotografia. Dedicandomi molto alla fotografia per il teatro e per la danza, difficilmente si ha la tempistica per poter ragionare su come impostare la macchina fotografica. Conosco adesso le tecniche, i metodi, ma ciò che conta, per quello che amo fare io in fotografia, è la velocità, la capacità di prevedere ciò che un attimo prima non esiste nel momento in cui l’attimo dopo è già passato.

 

 

Per molti artisti, ci sono periodi delle loro vite che hanno influenzato le opere. Approfondiamo allora Gennaro Guida: suddivida la sua vita professionale e ci dia tracce che ci permettano di apprezzare la sua crescita di fotografo.

Non ci sono dei “periodi” che caratterizzano il mio modo di fare fotografia. Amo Il teatro, la danza e di conseguenza i corpi, le espressività del corpo e dei volti. Riuscire a catturarli è ciò che mi sprona di volta in volta, la mia passione, come un cacciatore buono… diventa cattura artistica.

Ha certamente un suo archivio fotografico. Se ripercorre indietro nel tempo la sua professione, riconosce, con gli occhi di oggi, imperfezioni che l’hanno fatta crescere? Quali?

Non disdegno le imperfezioni del passato. Se avessi avuto una fotografia perfetta all’origine, probabilmente sarei rimasto fermo dov’ero. Mettermi in discussione è sempre una mia priorità. Sono molto autocritico, ma amo imparare dai miei errori. Ecco: io sono “uno spunto per andare avanti”.

 

Lei è noto nel teatro e nel cinema come free lance di alta qualità tecnica. La conosco da un po’ di tempo e in sordina, la seguo con piacere. Mi scuso per la curiosità: le è facile accedere ai set? Di solito sono blindati, ma lei riesce a darci le emozioni dei backstage, che credo siano molto educavi per noi che siamo poi pubblico. Siamo ancora più curiosi: ha un aneddoto?

Amo tutto ciò che succede nei teatri. Mi piace percepire le emozioni, le paure degli artisti prima del debutto. Amo vederli prepararsi, truccarsi, provare centinaia e centinaia di volte le loro parti. Non c’è un aneddoto, o se c’è non lo direi perché l’emozione che mi fa essere parte integrante dello spettacolo mi fa sentire membro di una famiglia, e certe volte la “famiglia” vuole restare in solitudine anche se fino al momento del primo scatto, potrei sembrare un perfetto sconosciuto. Ma poi entro nella famiglia. Ed è bellissimo.  

Ha un “occhio” che non guarda, ma osserva, scruta, approfondisce. Se non la conoscessi dal vivo, penserei che lei è uno “scanner” che cammina. E’ una dote nata con lei? O è stata l’esperienza che l’ha resa così dettagliato.

Certamente l’esperienza aiuta, ma queste doti, secondo me, sono innate in chi fa un lavoro simile al mio. Chiunque è in grado di imparare l’utilizzo di una macchina fotografica, chiunque può imparare a fare foto perfette, ma pochi sono quelli che riescono a ricreare delle emozioni nell’immagine scattata. Io scatto prima di tutto perché ho bisogno di esprimermi. C’è chi lo fa scrivendo poesie, chi danzando, chi con un monologo recitato su un palco… io lo faccio con le mie fotografie.

La colpiscono i “paesaggi”? Gli orizzonti?

Amo godermeli ma senza macchina fotografica. Preferisco che queste immagini vengano conservate dai miei occhi e dal mio cuore, ma che restino un ricordo. Io sono così.

 

 

Le foto in studio: quali “ostacoli” affronta quando è nel suo set di fotografico?

All’inizio una valanga di ostacoli, il primo, forse il più importante, è il rapporto con chi sta posando. E’ difficile entrare nella sfera dell’intimità di una persona. Intimi ma professionali. Ho trovato difficoltà a dare indicazioni. La luce, gli schemi si imparano lavorandoci, ma la natura delle persone è sempre diversa. La cosa che ho imparato è che a tutti piace piacersi. E se un fotografo è in grado di esprimere bellezza, di far vedere il bello di una persona e trasportarlo in fotografia… credo possa essere paragonato a quello di uno psicologo. Può far sentire meglio. Amo quando chi mi dice di non essersi mai guardato o guardata nella maniera in cui l’ho fatto io!

Lei è un architetto della luce: molte sue opere, sono di ricerca della luce sui soggetti che ritrae. Ha maestri? Ha riferimenti di maestri fotografi che la influenzano?

Ho maestri? Non lo so, forse tanti. Io li osservo tutti, e da quelle opere “rubo” ciò che mi piace (credo che rubare in questo modo non sia un reato). Ho centinaia di libri, ho internet che per me è fonte di notizie e di insegnamento. Guardo ciò che mi piace e ciò che non mi piace, perché così imparo a non cadere nello squallido. Studio i particolari, provo a metterli in risalto, ma sempre con la delicatezza e la dolcezza con cui un padre guarda gli occhi dei propri figli. Prima di essere una professione, la fotografia deve prenderti dentro: ti svegli con la fotografia, vivi la giornata con la fotografia e dormi con la fotografia nel cervello e nel cuore.

Il corpo umano: credo sia il più complicato da ritrarre. Tutti notiamo quanto lei “rispetti” un corpo perché non ritrae un corpo ma la sua anima. Non sono foto “urlate”. Sono silenziose. Riflessive. Prima di uno shooting, ha un metodo con il quale prepara i modelli sul set per ottenere ciò che desidera?

Il corpo umano è la cosa più complicata da fotografare, a meno che non si pensi al corpo umano come pezzi di carne sul bancone di un supermercato. Se il pensiero è quello, non si fa fotografia, ma pornografia. L’approccio con chi posa per me è fondamentale, mi piace conoscere le persone con cui collaboro e decido di fotografarle solo ed esclusivamente se hanno delle affinità artistiche alle mie. Mi piace molto fotografare un corpo nudo, perché quando una persona decide di spogliarsi per me, lo sta facendo solo ed esclusivamente per me (è sottile come sensazione). È come se un bambino ponesse nelle mani la cosa più importante che possiede e si fida al 100% sapendo che quella cosa resta custodita e rimane al sicuro. Quando una persona si spoglia, sta mettendo fra le tue mani la sua intimità, ha raggiunto un grado di fiducia immensa nel fotografo. E quella fiducia deve essere rispettata. Mi capita spesso che chi posa per me, spesso diventi un buon amico, o amica, impari a confidarsi e sa che quella fiducia è riposta in una persona che ne avrà buona cura. La mia, è una fotografia di “cura”.

La danza: lei è il fotografo ufficiale della Compagnia AltraDanza. La “simbiosi” con il coreografo Domenico Iannone, le permette di sapere in anticipo quando “fermare” il momento di un danzatore in scena. Ci racconta questo sodalizio artistico? La sua prima presenza con la compagnia?

Il mio caro amico Domenico (Mimmo per me), mi lascia carta bianca, non ho mai avuto nessun genere di indicazione da parte sua, sa che quello che faccio renderà i suoi spettacoli belli all’infinito. Si può dire che Mimmo è stato il primo coreografo di danza che ha creduto in me e mi ha dato la possibilità di scattare durante uno spettacolo di danza. Ho avuto a che fare con lui, prima tramite Unika, una scuola dove insegna. Poi abbiamo avuto anche qualche diverbio (ma quale famiglia non ne ha). E’ ormai il mio fratello più grande, quello che mi chiede com’era lo spettacolo e puntualmente si sente dire che io lo spettacolo non sono riuscito a vederlo se non attraverso l’obbiettivo. Mimmo è la persona che mi ha insegnato cos’è la danza, senza che io avessi la minima cognizione di danza. Ho imparato a guardare attraverso i suoi occhi ciò che è bello. E’ uno scambio di passioni. Un legame intenso.

Un’ultima “nota”, forse un po’ romantica, ma cosa non ha ancora ritratto? Cosa i suoi “occhi” hanno osservato e non hanno ancora rappresentato?

L’imperfezione! Ho un progetto in testa da moltissimi anni. Quello di far vedere al mondo la bellezza di chi non è bello agli occhi della massa. Mi piacerebbe raccontare la sessualità della disabilità, mi piacerebbe raccontare il mondo della malattia con discrezione e sensibilità. Mi piacerebbe essere “storia” per chi pensa che la sua storia possa essere finita. Mi piacerebbe raccontare ciò che succede negli ospedali pediatrici, negli ospedali oncologici e anche ciò che c’è dietro ogni persona malata. Portare in evidenza le storie delle persone che si sentono perse. Questo è un progetto difficile da poter sviluppare. Ma nel mondo che vorrei, quello della fotografia, vorrei mettervi tutti. Io ci sono sempre. Perché il mio è un mondo grande, accogliente, ospitale. Io “ospito” le storie. O almeno ci provo. E le custodisco.

Oltre la bellezza dell’arte, oltre le sensazioni provate, c’è senza dubbio l’affetto che si prova quando “spogli” l’artista e lo vesti di umanità. Ho così prova che dietro ogni lavoro di un’artista, c’è l’uomo. Gennaro Guida ha questa peculiarità: ci “parla” con le foto. Paradossalmente, passeresti del tempo con lui comunicando solo con gli “occhi”. Facoltà questa non dei mortali, che parlano, parlano, parlano… Lui, invece, zittisce semplicemente con una foto, immagini di questo universo che si chiama Arte.

Gianni Pantaleo.

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One comment

  1. Nelle immagini fissate con dovizia e studio analitico si intravvede la profondita’ del pensiero che trascende da banalita’ e che esprime interpretazioni metafisiche in soggetti estremamente vitali . Traspare tutta la sua serieta’ ed umilta’ . Gc

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