domenica, 4 Dicembre, 2022 10:49:08 AM

Giuseppe Vignolo, riflessioni sull’anima

di Anna Landolfi.

Durante il corso della nostra vita, spesso accade di fermarsi a riflettere su qualcosa che fino a quel momento sembrava ovvio, naturale, scontato. Se ci pensassimo su, respirare, dialogare, amare, sono azioni istintive, quasi come se l’essere vivi, sia un processo di merito acquisito e innato senza dovere pensare che forse quella scintilla che ci ha permesso di vedere la luce, è un dono resoci da un Supremo che probabilmente non vedremo mai, che indipendentemente dalla propria Fede, un Onnipotente ha avuto la misericordia di sfiorare i tuoi occhi e darti la vita. Sto presentandoVi un uomo. Non ho mai dubbi sulle capacità intellettuali di un uomo. Esse prescindono dalla preparazione scolastica. Non è il titolo di un documento che prova quanto un uomo abbia studiato. No! Le peculiarità di ognuno di noi, nscono con la nostra vita e se il percosro assegnatoci, sarà quello, noi dovremmo solo incamminarci per arrivare, un giorno, a restituire quel dono che un Altissimo ci donò. Giuseppe Vignolo, raccoglie questo messaggio e intrapresa la strada percorsa durante il suo cammino, riflette considerazioni e le riporta scrivendole, donando, con la sua umiltà, tutta la nobiltà delle emozioni provate. Il testo pubblicato è di suo pugno: “Riflessioni sull’anima”, di Giuseppe Vignolo.

                                           Giuseppe Vignolo

Parlare dell’anima necessita di una concentrazione non indifferente, il raccoglimento deve essere totale. L’anima è la parte più recondita del nostro io, essa consente di vivere oltre il corpo, di vivere in un’altra dimensione, di percepire tutto ciò che non ci è dato vedere, toccare tutto ciò che non è materia, di dare anima alla stessa materia. L’anima è parte integrante dell’universo, è in tutti noi, è il tutto di noi, è la musica del mondo, è la ragione stessa della vita. L’anima è come la mano, perché la mano è lo strumento degli strumenti, l’anima è la forma delle forme; con la mano si plasmano le cose, si smussano le asperità, si squadrano le pietre grezze, l’anima da forma alle percezioni, alle sensazioni più profonde ed ecco che riappropriarci del silenzio consente la nostra crescita intellettiva; immaginiamo di essere di fronte ad un blocco di marmo e di  intraprendere un’opera scultorea , il simbolico lavoro su quel blocco di marmo non è altro che la trasposizione in immagine della ricerca interiore. Come si può percepire l’esistenza dell’anima se non scavando dentro di noi, se non estraniandoci dal nostro corpo, dal mondo materiale? Noi partecipi del mondo naturale abbiamo la possibilità di risalire ai gradi superiori dell’essere. La nostra ascesa deve tendere all’identificazione con la luce; la via di questa purificazione si attua su vari gradini: la virtù, la bellezza, la forza. La bellezza, nel suo più alto grado, è nell’ambito della vista; è anche nell’udito, è poi anche nella musica, in ogni specie di musica. Canti e ritmi sono tutti belli. Vi è bellezza nei costumi, nelle azioni, negli atteggiamenti, nella scienza stessa; la bellezza è poi nella virtù e poi ancora nella forza. Ora a noi tutti, purché lo vogliamo, è dato di andare a cercare qualcosa ancora che precede queste cose belle. Cosa rende belli i corpi, cosa fa che certi suoni ci paiano belli? Io ritengo che sia appunto l’anima che, dopo un lavoro di ricerca interiore, ritroviamo nel più profondo del nostro io, l’anima in cui si rivela il senso dell’universo in quanto deriva da quella essenza che è superiore nell’ordine degli esseri.

                              Gustav Klimt “Il bacio” (1908)

La ricerca interiore in quanto ha come scopo, il miglioramento dell’individuo e ci conduce attraverso un cammino difficile, il cui tempo è indefinibile, a purificare l’anima che essendo del tutto, incorporea ed intellettuale sale con noi fino alla sfera dello spirito e, nel suo divenire sempre più bella, rende più belli noi facendoci appartenere all’infinito. Forse è giusto affermare che il bene e il bello dell’anima consistono nel diventare simili alla divinità, poiché da li derivano la bellezza e ogni altra cosa che abbia un posto decoroso nella realtà. Desidero confessarvi che più volte ho posto fine ai miei ragionamenti con la convinzione che l’anima viaggi insieme al nostro voler trovare la luce dentro di noi, se l’anima è l’essenza dell’individuo, la ricerca interiore è il mezzo che ci consente di scoprire pian piano, minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, ciò che si manifesta non già come immagine, come forma ben definita ma come semplici e insieme profonde vibrazioni interiori. Se l’anima, come dicevo prima, è la musica del mondo, la musica è l’anima del mondo che il silenzio di una notte in aperta campagna ci consente di captare dalla natura nel suo divenire continuo. Se vogliamo salire verso la luce, dobbiamo prima purificarci, deporre per sempre e con profonda sincerità i vestiti che indossiamo in funzione del nostro corpo e ascendere nudi. Poi oltrepassando, in questo nostro ascendere, tutto quanto è estraneo al bello cui tendiamo, nella solitudine del nostro essere, finalmente, riusciremo a contemplare, oltre l’infinito, l’Essere Supremo senza sentirci più soli.

Il momento in cui ho percepito in modo chiaro e distinto il mio essere una res bina, anima e corpo,  è stato proprio dopo un lungo travaglio della mia vita. Ero triste, non avevo la forza di andare avanti, vagavo tra i miei pensieri ma poi, pian piano ho cominciato a parlare con me stesso,  tacendo ho lasciato che parlasse il mio io interiore e ho avvertito che in quel preciso momento, in quel magico momento, moriva il mio essere profano ma contestualmente risorgevo, vedevo sorgere la luce, la vita spirituale aveva il sopravvento su quella del corpo, cominciavo a vedere ciò che prima, senza gli occhi dell’anima, non mi era dato vedere. Gli Etruschi ricorrevano ad un supplizio; legavano un vivo ad un morto quasi a significare che si vive, si muore e si rinasce a nuova vita. Ogni volta che mi confronto con l’anima uno stupore incredulo si impadronisce di me, i miei schemi saltano e spesso sono portato a contestare i miei abituali riferimenti. L’anima spesso non sceglie le cose grandi, la potenza e la saggezza del mondo, la logica e il buon senso che ci sembrano scontati. Scavando nel più profondo del nostro io, facendo nostre le vibrazioni dell’anima andiamo verso altre vie, verso altri pensieri. Ascoltando il nostro cuore, spogliandoci di ogni orpello, retaggio della vita profana, siamo portati naturalmente a vivere non per il corpo ma per l’anima appunto; ecco che cominciamo a scegliere le cose umili che ci possono far capaci di salvezze che capovolgono il mondo.

        Vincent Van Gogh “Autoritratto con cappello di feltro” (1887)

Noi aspettiamo da sempre i grandi avvenimenti, i grandi personaggi, i gesti eroici; quanto sarebbe meglio abituarci ad una lettura paziente delle vicissitudini della vita, del vivere quotidiano, vivere con gioia la vita di ogni giorno e dubitare delle grandi emozioni profane. Diceva Plotino: “non è infelice chi non ha ottenuto bei colori o corpi belli, chi non ha raggiunto potenza, primato, regno; infelice è colui che non consegue il bello “, il solo bello, dico io, il Bello dell’Anima. Per la sua conquista non conviene inseguire i regni e gli imperi di tutta la terra, di tutto il mare, di tutto il cielo; abbandonate e disprezzate tutte queste cose, bisogna rivolgersi verso la luce e contemplarla. Quale è il modo? Quale il mezzo? Come si può contemplare la prodigiosa bellezza del nostro essere al di là del corpo, la bellezza del nostro io che solo l’anima ci può far percepire; questa bellezza la quale se ne sta nel punto più recondito e non esce mai fuori allo sguardo di chi come noi vive in funzione del corpo, vive in un mondo in cui la pubblicità, le televisioni, i mass media in generale ci allontanano dal ritrovare noi stessi non consentendoci di dare un senso compiuto alla nostra vita. Bisogna appunto ritrovare noi stessi, scavare dentro di noi, vivere costantemente in questo status ed entrare così nei sacri penetrali dove si annida la bellezza dell’anima e seguirne le sue orme non senza però aver lasciato fuori le visioni dei nostri occhi mortali e guardarci bene dal voltarci indietro verso quei corpi, quelle figure che ci apparivano belle; esse non sono altro che immagini, orme, ombre. Chi rimane prigioniero dei bei corpi, del nostro essere materiali precipita non già col solo corpo ma con l’anima nel più profondo degli abissi, in quella che gli antichi chiamavano Ade, in compagnia delle ombre.

Dobbiamo imitare Ulisse che sfuggì a Circe, che pure lo attraeva, e, fermamente, tornò là da dove era venuto; la sua patria. Non ci è dato sapere quale sia la nostra origine ma certamente è possibile    “chiudere gli occhi e ridestare quella nuova vista, mutata, che tutti hanno ma ben pochi usano “. La ricerca interiore, imparare ad ascoltare la voce del silenzio, ci apre a nuovi ragionamenti. Ma che cosa vede questo nostro sguardo interiore? Certamente così colpiti da improvvisa luce proviamo un  turbamento senza eguali ma, a poco a poco, la nostra anima si abitua ad osservare con occhi diversi le azioni fatte da uomini cui si riconosce la bontà. Impariamo ad imitare l’autore di una statua che deve riuscire bella, egli in parte scalpella, in parte leviga, in parte affina sino a dare un bel volto alla statua; anche noi dobbiamo imparare a raddrizzare ciò che è storto, dobbiamo purificare ciò che è oscuro dentro di noi, dobbiamo imparare a contemplare noi stessi dimorando con la nostra anima in pura solitudine per riuscire a dare occhi e corpo all’anima stessa. Come l’occhio non riuscirebbe mai a vedere il sole se non divenisse solare così all’anima non è possibile contemplare la bellezza se non diviene essa stessa bella. Ciò che desidero maggiormente è che tutti gli esseri umani possano ricevere dal proprio Dio, comunque lo vogliano chiamare, la testimonianza di avere gli occhi dell’anima rivolti a guardare verso la luce, quella luce che illuminerà la nostra vita a tal punto che le nostre azioni apparterranno ad essa.

                    Felice Casorati “Le due bambine” (1912)

Dobbiamo, scusate se mi ripeto, ritrovare il coraggio di rimettere nella vita di tutti i giorni, tutto quanto si annida nel più profondo del nostro io, con tutto il mistero che esso contiene, con tutta la novità che esige e consentitemi di dire : “Sia solo il passaggio, attraverso la morte corporea,ad un’altra vita a spezzare, per un solo momento, la catena d’unione ma mai uno di noi, nella convinzione di aver raggiunto la verità, di vivere nella certezza, dimenticando quanto riscoperto nel giorno in cui ha ritrovato la luce dell’anima, sia l’artefice della dissoluzione della invisibile ma salda catena che unisce le nostre anime, anime che un ‘Energia Vitale”, al di sopra di noi, ha reso capaci di risorgere a nuova vita, anime capaci di vivere, ormai, in simbiosi naturale il risveglio primaverile della natura, capaci di farci vivere oltre la vita stessa.

                           Marc Chagall “Sopra la città” (1918)

La lettura scorre. Fermarci e meditare, prendere consapevolezza di quanto siamo piccoli nell’infinito del Creato. Fermiamoci ad osservare la finezza della Vita. Solo respirare è dire grazie a Chi è immensamente più grande di noi.

Anna Landolfi.

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