domenica, 26 Settembre, 2021 2:36:08 PM

Memorie con gli occhi di una bambina: Loredana Citti e San Efisio

di Anna Landolfi.

Redigere un articolo porta sempre una grande responsabilità: fedeltà del testo e attendibilità, requisiti perchè possa essere letto con attenzione, ma soprattutto credibilità del contenuto. L’italia è uno dei Paesi con la più alta creatività del mondo ma questo non significa avere la “fantasia” di inventarsi storie, avvenimenti o fatti. Compito di una redattrice, sottoposta poi alla commissione direzionale, è quello di verificare le informazioni ricevute. La ricerca non spesso riporta ai fatti accaduti, così con attenta analisi dei testi e consultazioni di fonti storiche, proponi ai lettori, un documento che abbia una valenza storica o sentimentale. I sentimenti sono in ognuno e tanti hanno il bisogno di esternarli. E’ una necessità umana che ci rende simili tra noi: testa e cuore, perchè separarli non si può. Ricordi e emozioni sono parte degli umani, soprattutto quando questi sono ricordi e emozioni di una bambina. Loredana Citti oggi è una docente dell’Università della Terza Età di Quartu S. Elena (Ca). Ricercatrice e Storica delle risorse artistiche del luogo, si occupa di sensibilizzare giovani e meno giovani alle bellezze del territorio nel quale vive. Il testo che segue, è il ricordo di una bambina che a distanza di tempo, riporta, una memoriabilia durante un corteo storico in occasione della festa del patrono di Cagliari: San Efisio.

                                               Loredana Citti.

“Tra i ricordi più belli della mia fanciullezza c’è l’appuntamento annuale con la Sagra di S. Efisio. Era un appuntamento dove, grazie a tale evento, rivedevo degli amici che non avevo l’opportunità di incontrare spesso ma con cui mi trovavo bene. Erano i figli dei colleghi di mio padre, dirigente all’Automobil Club di Cagliari, e in quell’occasione ci si riuniva proprio in quell’ufficio che si trovava nel tragitto stabilito dal rituale dei festeggiamenti. Qui, protetti dalla folla festante che occupava le strade cittadine, partecipavamo alla festa nell’assistere alla sfilata dei gruppi vestiti con gli abiti tradizionali dei vari paesi, dei personaggi che avevano un ruolo importante nella devozione al Santo e nell’applaudire festosi al passaggio del carro che trasportava il simulacro del Santo. Ricordo che proprio di fronte all’ufficio una elegante palazzina era la residenza di una altolocata famiglia cittadina e, al passaggio dell’Alter Nos, figura che rappresentava il Sindaco della città, questi, rivolto alle loro figure affacciate si toglieva il cappello e accennava un saluto col capo, gesto che suscitava l’ammirazione delle persone che vi assistevano Qualche anno più tardi, avendo fatto amicizia con i componenti di quella famiglia, fui invitata ad assistere alla sfilata dall’alto dei loro balconi e ricevendo così anch’io il saluto dell’Alter Nos (rappresentante istituzionale, della tradizione religiosa n.d.r.). Allora conoscevo poco della vita del Santo e del perché fosse tanto amato, ma percepivo la devozione che lo circondava e ciò mi emozionava. Una foto ritrovata, da adulta, che testimoniava la nostra partecipazione alla festa, nella porta dell’ufficio, circondati da una folla in attesa della processione mi ha fatto rivivere l’emozione di quei momenti. E’stato lo stimolo per voler conoscere il perché di tanto affetto e devozione che fermava la mia città nei preparativi e nei festeggiamenti che duravano quattro giorni, per un rito lungo secoli e con una maestosa processione a piedi che la colloca tra le più lunghe d’Europa.

 

L’evento misterioso.

Il Santo, la cui storicità è controversa e fantasiosa, secondo la tradizione nacque a Gerusalemme nel 250 d.C. Dopo la morte del padre, fu affidato all’imperatore Diocleziano che colpito dai suoi talenti lo fece vivere presso di lui con onori e ricchezze. Divenne soldato dell’imperatore e anche qui il, suo valore gli permise di fare una importante carriera. Fu inviato in Italia per contrastare la diffusione della cristianità, considerata fuorilegge dall’impero romano ma durante questa spedizione un evento misterioso mutò la sua vita. Mentre era diretto verso l’ennesima repressione contro i cristiani gli apparve una croce luminosa e udì una voce che presentandosi come Cristo lo rimproverava della sua persecuzione e gli indicava la “Verità”. A conferma di ciò, nella mano che aveva protetto i sui occhi dalla forte luce luminosa era impressa una croce, simbolo inequivocabile della religione che stava combattendo.

 

L’imperatore Diocleziano.

Convertitosi Efisio e giunto a Gaeta si fece battezzare. A quel punto la sua missione divenne quella di proteggere i cristiani. Saputo che in Sardegna certe tribù selvagge che vivevano nelle montagne e adoravano i feticci, con scorrerie devastanti depredavano ed uccidevano i cristiani decise di difenderli. Arrivato in Sardegna confessò pubblicamente la sua conversione e si dedicò a fare opera di proselitismo. Arrivò anche a confessarlo all’imperatore invitandolo a convertirsi anche lui. Ciò scatenò l’ira di Diocleziano che sentendosi tradito lo invitò ad abiurare la nuova fede ma ottenendo un rifiuto lo fece imprigionare e torturare in modo crudele. Ma, in modo prodigioso, le ferite inferte si rimarginavano in modo spontaneo. La notizia del prodigio si diffuse tra la popolazione e provocò una conversione di massa. Nel persistere nel suo rifiuto Efisio per punizione fu gettato in una fornace ardente, da cui uscì indenne. Fu infine condannato alla decapitazione che avvenne a Nora il 15 gennaio del 303 (o secondo altre fonti nel 305 d.C.).

 

Narra la leggenda che prima di morire egli invocasse la protezione di Dio sulla città e sui suoi abitanti. Testimonianza di questo è presente nel Codice Vaticano Latino 6453 che riporta la Passio Sant’Efis. Quando nel 1646 la peste scoppiò a Cagliari, la città invocò un intervento miracoloso da parte del Santo promettendogli un rito solenne. L’appello fu ascoltato e la peste cessò. Il 1° maggio 1652 la popolazione riconoscente trasportò il suo Simulacro dalla chiesa, nelle cui fondamenta si trova il carcere dove il Santo fu imprigionato e torturato, sino a Nora luogo del suo martirio.

 

Riconoscenza e Devozione.

Da allora ad oggi, senza interruzioni, il rito viene ripetuto. Nel 1713 i sardi i rivolsero ancora a Lui per difendere la Sardegna dall’invasione francese rivolta alla conquista dell’isola. I francesi furono sconfitti e S.Efisio fu eletto patrono dei combattenti. La cerimonia a Lui dedicata e ripetuta anche nel 1943 in una città devastata dalle bombe, iniziata come festa cittadina è diventata sempre più sontuosa ed è ormai la festa di tutti i sardi che giungono da ogni parte dell’isola per rendergli omaggio. E’ un tripudio di colori dei costumi tradizionali; del suono delle launeddas, strumenti a fiato tipico sardo di origine antichissime; delle traccas, antichi carri trainati da buoi con le corna adorne di fiori; el rito de “sa ramadura”, tappeto di petali di rose lungo le strade della processione; dei goccius, canti devozionali, di preghiere, di suoni delle sirene e delle navi ancorate al porto. Ma ciò che stupisce è che, nonostante la sua storia sia controversa, il Santo continua a ricevere riconoscenza e devozione ed il numero dei devoti che seguono il suo simulacro aumenta ogni anno”.

Da testo di proprio pugno, richiesto e ricevuto in redazione, dalla gent.ma Loredana Citti.

 

Anna Landolfi.

Si ringraziano le colleghe della sig.ra Loredana Citti, per le immagini invitate.

Le immagini e i testi potrebbero essere soggetti a copyright.

 

 

 

 

 

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