lunedì, 27 Maggio, 2024 4:24:43 AM

Il caso di Giulia, di Elisa, e di tante (troppe) altre, uccise per amore

di Trifone Gargano.

L’ennesimo caso tragico di femminicidio, con l’uccisione di Giulia Cecchettin, per mano del suo ex fidanzato, dovrebbe suggerire a tutti, giornalisti, politici e commentatori vari, il silenzio, specie in questi primi giorni di dolore.

Invece, assistiamo al solito circo mediatico delle vanità e dell’ipocrisia, delle parole in libertà, con analisi e commenti che non hanno il rispetto di chi è stata uccisa, e con i politici, che (in pieno stile famiglia Buitoni) dicono che si devono mettere finalmente tutti assieme,  invocando non si sa quali provvedimenti drastici e bi-partisan, per fermare questi crimini.

Fra pochi giorni, come sempre, la notizia scivolerà in quinta o in sesta pagina, e il grande circo mediatico scapperà altrove, a rincorrere la notiziona di turno, con la quale mettersi in mostra.

Del dramma di Giulia, della solitudine dei nostri giovani, della inadeguatezza del nostro sistema scolastico, delle famiglie che sono sempre più simili a nidi di ghiaccio, non gliene importerà più nulla a nessuno.

Prima di scaricare sulla scuola doveri (che già svolge),

impegni (che già assolve),

emergenze (che già affronta),

responsabilità (che non sono sue),

i politici dovrebbero farsi un esame di coscienza,

e chiarire il senso (sempre oscuro) delle loro pseudo-proposte.

Cosa significa, infatti, nello specifico, carissime Meloni e Schlein, la comune proposta di provvedimenti urgenti da prendere per scongiurare questi crimini?

La castrazione chimica? L’arresto preventivo? Un vasto programma educativo?

Per rispetto di chi è stata uccisa, e di quante (troppe), tutti i giorni, nell’anonimato della propria casa, o del posto di lavoro, vengono picchiate, offese e vilipese, ebbene, nei loro confronti, prima di (s)parlare in pubblico, dovreste indicare un minimo terreno comune sul quale convergere e sul quale far diventare concrete le tante (troppe) parole in libertà pronunciate.

Diversamente, sarebbe meglio tacere. La Schlein, per esempio, accetterebbe le (immancabili) limitazioni alla libertà personale che una proposta “di destra” presupporrà?

E la Meloni, dal canto suo, accetterebbe gli (immancabili) allentamenti delle punizioni e delle repressioni che una proposta “di sinistra” presupporrà?

Dicano, cioè, entrambe su quale terreno potrà mai avvenire questo annunciato incontro tra “destra” e “sinistra”, nell’affrontare la tragedia dell’ennesimo femminicidio?

Tutto ciò, infatti, andrebbe detto prima di ricorrere al facile populismo, e di scaricare sulla scuola altri pesi e altri impegni?

Già ottant’anni fa, a proposito di scuola, Pier Paolo Pasolini, in alcuni articoli profetici, suggeriva di introdurre nella prassi didattica italiana, più educazioni e meno nozioni.

Tra le emergenze educative che suggeriva Pasolini, decenni e decenni fa, centrale era (e resta ancora oggi) l’emergenza della educazione sessuale.

Educazione alla sessualità, educazione alla gestione della sessualità, educazione alla gestione degli impulsi sessuali.

Al di fuori degli eufemismi ipocriti della nostra società perbenista e bigotta, che preferisce ricorrere a espressioni del tipo “educazione all’affettività e alle relazioni”, il punto di discrimine è e resta proprio questo: “educazione sessuale”.

Chi dovrebbe svolgerla, questa educazione sessuale? Il docente di scienze? Fermo ai piselli da orto di Mendel?

Il Docente di religione, fermo alla verginità della Madonna e alle relazioni caste all’interno della coppia di Nazareth? Il docente di Italiano, fermo ai fidanzatini di Manzoni, Renzo e Lucia, anaffettivi e babbei? Chi?

Nel frattempo, però, destra e sinistra, questa volta sì, un terreno comune ce l’hanno già, ed è quello della difesa dei propri figli, dei propri, rispettivi, “bravi ragazzi”, di casa loro, che, ciascuno per proprio conto, si è macchiato (e si macchia) di analoghi crimini, tra violenze di gruppo e stupri individuali (magari approfittando dello stato di ubriachezza dell’amica malcapitata).

È una vergogna.

 

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