martedì, 27 Luglio, 2021 7:41:36 AM

Su Cuncordu de Onne: Sardegna senza tempo

di Anna Landolfi.

La tutela di una identità non deve necessariamente essere fraintesa al pari di un ristretto territorio confinato da tradizioni millenarie, timoroso di essere contaminato. Al contrario, l’identità difesa, è un’identità protetta, perché custode di tradizioni e culture, stratificando la storia di una comunità stabilitasi da millenni su quella terra. Raccontare la storia di un popolo attraverso le arti, è da sempre una forma di comunicazione che gli uomini hanno adottato per esprimere il proprio stato d’animo. Questo stato d’animo, i Su Cuncordu de Onne, gruppo di canto a tenore di Fonni, in provincia di Nuoro, lo esprime con lo stesso spirito che da tempo caratterizza gli uomini della terra di Sardegna e che dal 2005 è stato inserito dall’ UNESCO, tra i “Patrimoni orali e immateriali dell’umanità”. L’intervista che segue è la dettagliata conversazione intercorsa con il suo leader: Andrea Nonne.

                    Su Cuncordu de Onne

Tutela di un patrimonio sardo. Storicizzando Su Cuncordu de Onne, gruppo corale a tenore, del quale lei è il fondatore, si prefigge un’identità millenaria. E’ stata un’esigenza culturale?

Principalmente un’esigenza culturale a tutela e salvaguardia di una tradizione che affonda le radici nella storia antica della Sardegna, dei nostri centri, dunque dei nostri antenati i quali, con serietà e rispetto, avevano fatto lo stesso prima di noi lasciandoci, con la saggezza dei loro insegnamenti, il dovere di tramandarle. Si consideri a supporto che in questo ambito non esiste la possibilità che la vena artistica del cantore, come accade nel resto d’Italia e del mondo, sorpassi in visibilità l’uomo. Nelle nostre realtà viene sempre prima l’uomo con le sue debolezze, che l’artista con le sue certezze e ciò rende il percorso culturale ancora più arduo. Il dibattito sulle origini è sempre aperto, noi ci limitiamo a discorrere su quanto abbiamo toccato con mano.

La caratteristica del canto a tenore, è l’intervento al solista, dei componenti il gruppo canoro. Ascoltando i bellissimi canti, percepisco questa improvvisa cascata di voci che rende il brano eseguito, quasi religioso. Non necessariamente legato ad una fede, ma all’amore proprio per la sua terra. Posso considerare il canto a tenore, una corrente artistica romantica-popolare?

La componente “religiosa” come quella “profana” del nostro canto è definibile, a Fonni non esiste il termine tenore ma “cuncordu”, sia per il canto sacro, sia per quello profano: una sorta di invocazione rafforzata dall’intervento de su “cuncordu”. La componente millenaria da lei citata nella prima domanda è data dal fatto che non di rado l’invocazione è al tempo, alla regolarità delle stagioni, le piogge da cui derivano gli erbai e in essi e con essi la sicurezza dei pascoli o di semine e raccolti. Non è quindi da intendersi in senso religioso “cristiano”, ma “biblico”. La parte romantica invece traspare dall’uso di questo mezzo per un solista che cantava una serenata alla donna in richiesta di attenzione, o promessa sposa e chiedeva in ciò il supporto degli amici del “tenore”. La componente popolare invece è il canto per celebrare le feste, per onorare un santo o rafforzare il senso de “sa ˀumpangìa” – il gruppo degli amici.

La passione che la coinvolge sin da ragazzo, non è casuale. C’è ben di più. Io, del “continente” e di terra d’Umbria, riconosco che i sardi, per la loro terra, hanno una fierezza innata per le loro origini. Non mi fraintenda: c’è orgoglio natìo?

Qualche anno fa, attraverso l’associazione circolo dei sardi “Shardana”, presente proprio in Umbria, al cospetto di esponenti dei governi delle rispettive regioni e del Parlamento Italiano, fu proprio l’Umbria a riconoscere ufficialmente ai pastori sardi l’averne valorizzato le terre. Fu una cerimonia commovente. La Toscana, con le immense pietraie spianate e rese terre coltivabili dai pastori sardi, con orgoglio natìo, ma ancora definiti in loco “sardignoli” come nella Tuscia laziale, invece, ferisce profondamente il medesimo orgoglio. La globalizzazione oggi rende i confini sempre più labili, ma per chi come noi lotta a tutela della nostra lingua e della tradizione, resta solo una soddisfazione personale, in una lotta che per certi versi richiama quella contro i mulini a vento.

La cultura sarda è uno scrigno di bellezza. Se musicisti e ricercatori, tentano fusioni con altre sonorità popolari, lei apprezzerebbe se le proponessero una “commistione” di suoni con altre culture?

La risposta è complessa e andrebbe valutata in seno alla situazione. La sacralità rende difficili le commistioni, salvo non si vada a lederne il valore tradizionale. Anche in Barbagia ci sono stati casi analoghi, ma spesso erano spinti, più che da interesse culturale, da ritorni di televisione e sponsor. La difficoltà in tale senso rende ancora più complesso esportare la nostra cultura, purtroppo ancora ignota o superficialmente ignorata fuori dai confini barbaricini. Il discorso poi sulla “Lingua” sarda, che nessun governo regionale è riuscito a promuovere in quanto tale da “volgare dialetto” come quale è oggi nota, ha reso il percorso assai più tortuoso.

Mi scuso: ma l’evoluzione di un popolo è anche vivere il presente. Non si rischia di legare al solo passato, le sonorità dei gruppi a tenore?

Per vincere una rivoluzione non basta una battaglia, a volte nemmeno una guerra. Il canto a tenore, per le sue origini, pur essendo attuale è un canto che affonda le sue origini sacrali  nella storia dei tempi e prima di essere promosso da persone esterne al suo contesto, deve essere valorizzato nel suo contesto, cosa che il carattere dei sardi, la fanatica miopia politica delle amministrazioni comunali in materia tradizionale (come argomentato in risposta alla prima domanda), la mancanza di attenzione a livello regionale, hanno responsabilmente racchiuso in una nicchia  quello che noi chiamiamo “iscussorgiu”, un tesoro nascosto, tenuto come un “bronzetto nuragico” trafugato. Ne consegue che i cultori siano spesso relegati in tale posizione, nel presente e nel passato.

Su Cuncordu de Onne proprio per questa sua tradizione artistica e culturale, è materia di studio di università europee. Indubbiamente c’è da esserne fieri. Lei, artista e riconosco, apprezzato storico della tradizione, quanta capacità ha un coro a tenore di essere contemporaneo?

La contemporaneità è sottolineata dal fatto che il canto, la ricerca e la tramandazione, dal passato sono perpetuati attraverso noi e gli altri cultori e cantori al presente. Magari un domani ci sarà anche chi, come abbiamo fatto noi, si occuperà del nostro lavoro che lascia segni del nostro passaggio, documentati, nel presente. È difficile spiegarlo a fondo, perché per farlo a chi non vive la complessità della nostra realtà, si rischia di farlo con l’invettiva contro chi dovrebbe tutelare dette arti, quindi i nostri rappresentanti. Possiamo solo dire che noi lavoriamo al presente, da uomini più che da artisti: con gli oneri e non tra gli onori, ma pur sempre contemporaneamente.

E’ un artista giovane: la sua prima formazione è del 1995. I componenti cambiano come in tutte le formazioni (nelle orchestre come anche nel…calcio). Ma si evolvono tutti. Dalla prima fondazione a quella odierna, la qualità tecnica è cambiata? Un tenore, studia? Possiamo spiegare ai lettori, e anche a me affamata e curiosa di conoscere, che studi affronta un tenore? Dai brani ascoltati, avete voci virili, impostate e poi note che durano anche otto secondi e ben modulate, come in Boghe e notte 3, non certo facile per un cantante non preparato…

Non essendoci uno spartito, su detta capacità di “studio”, si sono occupati dubbi e autoreferenziati etnomusicologi che, nel loro modo accademico di spiegare i termini, hanno provato a intervenire all’interno dei nostri contesti per dare delle spiegazioni (tra l’altro non indispensabili al bene e alla tutela di detto canto, anzi talvolta lesive per sostanza e forma). Ben venga lo “studio”, salvo esso sia volto a imprimere un nome nell’ambito accademico a spese dei lavoratori del settore. Lo studio di un cantore avviene attraverso la frequentazione, l’intervista e lo studio di un maestro anziano. Il concetto di maestrìa però non è quella scolastica, ma quella umana e spesso il tatto di questi uomini è tutto fuorché diplomatico, ma il bello sta qui. La gavetta è lunga e l’educazione è quella degli uomini di un tempo, ma ciò che ti lasciano se sai seguirli con pazienza, se vedono in te la passione che hanno avuto loro, ti lasciano in dono insegnamenti, ricordi e dosi di saggezza storica e tradizione impossibili da trovarsi in qualsivoglia scuola, introvabili nella freddezza delle materie accademiche, ma vivide e fulgide nella formazione umana di noi cantori. I docenti del nostro conservatorio, li conserviamo nel nostro cuore anche dopo aver ultimato il nostro percorso e come una sonora melodia vivono in noi e nelle nostre interpretazioni.

Posso chiederle quali qualità vocali chiede ai suoi tenore?

Talento innato sta alla base delle qualità vocali per la musicalità de “sa ontra”, “sa messuvoe” e “su bassu”. Il solista “sa voe” per ottimizzare la resa de “su cuncordu” in risposta deve essere in grado di essere ammaliante nei testi, nella proposizione, nell’armonizzazione e nelle vocalità, ma anche di essere abile a “dare sa arta” (elevare la tonalità) “dare sa baccia” (o abbassarla) “ambiare tonu” (cambiare tonalità) per rendere ottimale la resa tenorile. Sono tutte varianti da tenere costantemente sotto controllo come in un esercizio mnestico durante i canti.

Resto senza parole. Ho ascoltato e visto demo e video: il solista è accompagnato da una sola voce, cioè, se non sapessi che ci sono altri tre cantori (dico bene?), penserei che è una voce unica. Questa è alta tecnica. Il fiato: come per gli strumenti, è necessario avere fiato: nel piano di studi di un tenore, ci sono esercizi di respirazione? Non me ne capacito, ma non siete “improvvisati”. Anche se sono canti non facili, comunque è necessaria una tecnica di respirazione speciale…

La tecnica c’è, ma non è spiegabile. Faccio l’esempio dell’armonica a fiato suonata con la tecnica dei sardi. Avviene tutto all’interno della bocca (colpo di lingua, respirazione diaframmatica, colpo di glottide) che possono essere spiegati, ma solo con l’allenamento e la pratica pluriennale, previo talento innato, ci si può elevare a soddisfare un gruppo e a stimolarne i passi. Stessa cosa vale per il nostro canto. L’allenamento addominale per i componenti del tenore, la capacità di sopportare stress gutturali e vocalici data la rudimentalità delle voci è uno sforzo notevole, uno stress importante ed è tollerabile solo previa educazione vocale, corporea e mentale, con l’eccipiente dell’immancabile passione, come un “contemporaneo” sport per rispondere ulteriormente al precedente quesito.

 

       Andrea Nonne, voce solista.                    Francesco Mulas, mezza voce.

 

            Alberto Mattu, contra.                              Marco Cadau, basso.

Lei, sig. Nonne, canta l’amore? Canta il Signore? Mi scuso, tento di “capire” i testi, naturalmente senza successo: il sardo è una lingua ben articolata. Così faccio fede all’orecchio e resto incantata. I testi li scrive lei? Poi, sempre scusandomi dalla marea di domande che avrei, ma esistono spartiti? La musica è nella memoria? Come la studia un allievo? La prego, mi porti pazienza, ma…devo capire.

La scelta dei testi è bagaglio della voce solista, Es. mio nonno materno è stato poeta di riferimento per una formazione storica di Fonni, facente capo al gruppo ENAL, ho cercato umilmente di ripercorrerne i passi, la storia dirà se bene o male. I testi più belli valorizzano il canto e fungono da spinta in tal senso anche per la resa tenorile. La scelta dei testi era essenziale per la dichiarazione d’amore durante le serenate, ma anche essenziali in un momento di festa o celebrativo. I canti della tradizione religiosa invece non sono dinamici, ma statici. La poesia sarda, se si prende la briga di tradurre i testi (premettendo che sono pochi coloro che spingono per elevarne il valore e, tali arditi, non occupano cariche politiche che portano chi le occupa a una posizione sempre più snobistica verso la lingua madre a favore della lingua nazionale), offre spunti, copioni e storie commoventi, pregnanti, geniali e in essa sono riportate tutte le codifiche DNAli della nostra storia e della nostra memoria. L’importanza storica e culturale è paritaria al nostro canto che, pur essendo più antico, non può più trascendere dall’incontro e dalla fusione con la poesia, come nella migliore storia d’amore. Ma non basterebbe un libro per descrivere ciò. La poesia vive nel cuore dei barbaricini e, a volte la gioia, a volte il dolore, fanno si che si sprigioni anche in chi è convinto di esserne sprovvisto.

Dalle sonorità e dai timbri di voce, capisco, credo, che ci sono canti romantici e ballate, canti melanconici e canti di gioia. E’ la cultura dei pastori? Delle comunità di terra sarda? Su Cuncordu de Onne canta questa magia. La magia della sua isola è perché è lontana dalle contaminazioni del continente?

Cantare a tenore per noi è una evasione dalla tristezza e dall’asperità della vita sacrificata, come lo era per i nostri avi, schiavi atavici di un lavoro che non ammetteva festività, riposi o assenze per malattie. Gli animi temprati avevano una via d’uscita verso un’umanità inaspettata che, in quanto tale, attirava a sé sguardi, sentimenti in risposta e suscitava quindi emozioni positive. C’era un detto antico che diceva “O straniero, all’udire questi canti non temere, avvicinati senza timore in quanto in essi non sono contemplati sentimenti avversi o malevoli”. Il nostro canto presuppone purezza e libertà d’animo. Se mancano il canto non rende, come un’orchestra senza contrabassi, contralti o acuti.

Gran parte dell’Europa, l’ha ospitata. Ascoltarla diventa un privilegio. Ha un progetto che le potrà permettere di diffondere l’arte del coro a tenore e sensibilizzare il grande pubblico? Lei rappresenta la sua terra e la canta. Formazione? C’è un piano regionale o istituzionale che tutela e educhi i giovani al canto a tenore?

Purtroppo, nonostante un riconoscimento dall’Unesco, peraltro recente, come emerso dal nostro dialogo c’è rispetto, relativo, ma scarsa tutela. In tal senso si può solo migliorare. Il progetto non è univoco, ma deve avere ampio respiro. I miei progetti riguardano l’approfondimento della storia, della memoria, dei protagonisti, interpreti e poeti della storia fonnese. Da anni frequento assiduamente anche l’archivio storico alla ricerca di dati, ma questa è un’altra storia che spero possa rendere esaustivamente pubblica.

Mi confida un sogno di artista quale è lei? Cantare di fronte…a chi?

Il paradiso terreste in sardo poetico è detto “alta serra”. Un giorno forse potremmo ritrovare assieme nel canto i nostri maestri, solo così sarebbe veramente eterno, nel mistero della sua esistenza. Nella vita terrena: cantare il giorno della festa “De Sos Martires”, davanti al pubblico di Fonni e soddisfarlo, in quanto il primo giudice del nostro canto è il nostro paese, dove è nato, cresciuto, si è evoluto e non dovrà mai involversi.

“Cantare a tenore per noi è una evasione dalla tristezza e dall’asperità della vita sacrificata”, dice Andrea Nonne in un passaggio dell’intervista. Mi ha commossa e sorpresa la semplicità espressa della consapevolezza di una terra che dà con fatica i frutti del lavoro. Alle infinite ore passate nelle solitudini montane, ha ragione Andrea Nonne a spiegare che il canto a tenore, con quelle voci profondi, gravi, quelle fusioni di suoni tenaci che cantano l’amore e la solitudine, il Cielo e le asperità della vita, rendono immortali i canti di una terra, entrando negli animi con infinite emozioni. Sono canti senza tempo…e il tempo non si ferma mai.

Anna Landolfi.

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Si ringrazia VIDEOLINA, emittente TV della Sardegna.

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