mercoledì, 7 Dicembre, 2022 12:58:13 AM

Annalisa Pintucci: pittrice

Di Gianni Pantaleo.

Serie Nebulose: “Clausola Poetica”, acquerello, 35x25cm. (2017)

Se non sapessi di essere a Bari, penserei di essere in un loft di Manhattan. Un ampio salone dalle pareti bianche. Arredi bianchi e ai muri suoi quadri. Ma neanche tanti. Penseresti di trovarti in una casa colma di tele dappertutto, da Annalisa Pintucci, invece, l’ambiente è minimal. Due porte (bianche) per due camere da letto, suppongo e la cucina separata con due grandi vetrate di luce su uno storico giardino di fine ‘800. Il verde degli alberi, il bianco della sua casa. Lei in pull dolcevita nero, pantaloni neri, mi accoglie. L’intervista, molto informale, è in cucina. Tisana per entrambi. Seduti, lei incrocia le braccia e accavalla le gambe. Attivo il registratore.

Le chiedo: la sua passione di pittrice, quando?

Sicuramente da piccola. Avevo credo cinque anni, perché i miei primi dipinti risalgono a quella età. Mia madre li conservava a da grande mi mostrava cosa facevo da piccola. Alle scuole medie, la professoressa aveva capito che c’èra della “stoffa”, non saprei come chiamarla…

…del talento?

…forse, del talento, sì. Quando in classe ci dava dei temi di disegno, li faceva girare per le altre classi per mostrare cosa faceva quella bambina. Magari copiavo i quadri dei grandi artisti, però riconosceva che era una passione. I miei genitori, intelligentissimi e anche un po’ anticonformisti, senza magari neanche sapendo di esserlo, negli anni ’70, quando l’Istituto Statale d’Arte era a suo modo una scuola di ricerca e avanguardia artistica, mi iscrissero che avevo nemmeno 13 anni e mezzo, trovandomi in una classe di ripetenti, ex-sessantottini, ragazzi al di fuori di regole e comportamenti sociali, ma certamente interessanti nel modo di pensare e di vivere che mi permisero di entrare in un mondo fatto di aspirazioni artistiche e idealistiche avendo l’onore di essere in una scuola con insegnanti che erano loro stessi artisti di alto livello tecnico che mi hanno insegnato a dipingere.

Serie Stormo: “Senza Titolo”, acquerello su carta, 35x25cm. (2018)

Quindi aveva già una innata predisposizione…

Innata, sì. Mia madre già dipingeva, questa sensibilità è indubbiamente ereditata da lei e in casa giravano riviste di arte e cultura di cui mia madre era costantemente abbonata che sfogliavo volentieri.

Quindi andare all’Istituto d’Arte non fece che completare la sua futura professione di pittrice…

Sì, tra l’altro dopo il diploma preso in cinque anni di studi, mi iscrissi all’Università di Bari alla facoltà di Lettere e dopo appena solo due anni e dopo avere dato esami, mi ritrovai con i capelli dritti scappando da un ambiente troppo “accademico” e “formale” senza avere la possibilità di potere esprimere il mio senso di pensiero sottraendo così tempo alla pittura. Dipingere, anche copiando quadri di artisti più famosi, rendeva me stessa appagata e felice soprattutto approfondendo lo studio dell’arte moderna. Questa scelta mi permise di lasciare l’università e iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Bari dove ebbi la fortuna dia vere due insegnanti fantastici di pittura: Paolo Lunanova e Richard Antoi. Quattro anni di accademia con loro, forgiarono la mia professione di pittrice.

Inchiostro e matita (2020)

Chi le propose di presentarsi ad una mostra e chi la invitò ad essere presente in una mostra?

Con degli amici e colleghi artisti, Ilaria Bona, Pino Pipoli, Biagio Caldarelli e Luigi Giandonato, formammo un gruppo. Con Luigi Giandonato avevo già partecipato ad una mostra che si tenne in un garage e che si chiamò “Vitriol”. Alla mostra si presentò Pietro Marino (n.d.r. titolare della cattedra di Storia dell’Arte nelleAccademia di Belle Arti di Lecce e di Bari dal 1968 al 1980), che ci propose di fare, forse la nostra vera prima mostra d’arte, al Fortino di Bari (n.d.r. Fortino di Sant’Antonio Abate, insieme a quello di Santa Scolastica, è uno dei quattro baluardi che cingevano le mura della città di Bari fino al XIX° secolo) e intitolata “L’arte indosso”. In quella occasione, Marilena Bonomo, pioniera dell’arte contemporanea, che nel 1971 fondò la sua galleria a Bari accogliendo da subito artisti allora agli esordi come Alighiero Boetti, Sol Lewitt e Mimmo Paladino, insieme al marito, mi proposero di ospitare i miei lavori nella loro galleria. Già Biagio Caldarelli era uno degli artisti con opere permanenti e questo mi permise di “entrare” nel mondo dell’arte. Riconosco però che fu grazie a Pietro Marino che l’interesse per la nostra pittura dette a tutti la possibilità di conoscere il nostro lavoro. La mia prima personale fu alla galleria Centro6 di De Benedictis in centro di Bari. Ovviamente non ho mai pensato di smettere di dipingere perché non posso farne a meno perché i miei quadri sono in continuo divenire come del resto io stessa sono in una continua ricerca di me stessa che esprimo poi con la pittura.

  

Serie Nebulose: “Senza Titolo”, Olio su tela, 120x40cm (2016)

Serie Naturalmente: “Antilope Giraffa”, olio su tela, 210x85cm (1995)

Cosa la “caratterizza” come pittrice?

Conservo uno stile che identifica il mio lavoro e ritraggo elementi che sono spesso quelli della natura, niente di inquietante ma rasserenanti e questo l’ho sempre fatto. Pochi giorni fa, ad una trasmissione su Rai5, un servizio sugli artisti, nello specifico su Matisse, nonostante avesse vissuto tra le due grandi guerre, i suoi lavori erano sempre raffiguranti temi che avrebbero rasserenato gli occhi di chi guarda. Ritrovandomi in questo concetto di fare pittura, cerco con i miei soggetti di trasmettere serenità. Ricordo tempo fa, sempre invitata dal prof. Pietro Marino, presentai ad una mostra (nd.r.“L’altra tigre”1987), un grande quadro con una testa di tigre enorme, gigantesca. Fu l’unico mio quadro che raffigurava un felino. Poi il mio interesse fu rivolto sugli erbivori, rivelando forse anche la mia natura per istinti non aggressivi. I miei animali sono cervi, stambecchi, pecore, gazzelle, perché sono animali docili, miti, remissivi e poi anche perché il mio lavoro è molto dedicato al medioevo, la pittura medioevale, quella pittura dove figura costante era spesso l’agnello, soprattutto nelle pitture sacre, tanto che alla mia prima personale alla galleria Bonomo, presentai un quadro che raffigurava un agnello su un libro, che era poi il riferimento alla Bibbia, proprio dedicando il quadro a quel periodo, una pittura senza la prospettiva, non ancora presente se non dal Rinascimento, sovrapposizioni di piani, spazi assenti di confini, immagini di quiete interiore.

Quindi spazi naturali, gli spazi non delimitati appunto da confini. I suoi quadri, le sue pitture, i suoi soggetti, lei rappresenta con i suoi quadri, quella che ha dentro il suo animo?

Probabilmente sì…

Serie La mansuetudine: “Senza titolo”, acquerello montato su tela, 35x25cm (1994)

Intendo allora che tutto ciò che rappresenta la violenza, il “carnivoro”, l’aggressivo, lei la rifugge?

Posso dire di sì, anche perché tutto questo lo lascio fuori dal mio lavoro, di mio sono una donna ansiosa, attenta a tutto ciò che accade e succede non solo intorno a me, ma anche intorno agli altri, sono profondamente empatica, provo sentimenti che provano gli altri, un animo new age e dipingo perché mi voglio fare del bene e fare del bene. Questo mi incita a fare il mio lavoro perchè vedo che è apprezzato, altrimenti avrei lasciato i pennelli, probabilmente, non so, ma a quei pochi che credo di “aiutare” con la visione dei miei quadri, dipingo. Vivendo poi in una città come Bari, la sensibilità a certe tematiche non è poi così diffusa.

Ha vissuto anche a Milano.

Sì, sono stata a Milano, ma in un periodo della mia vita in cui ho dovuto fare da mamma, sola, senza supporto familiare che ha un po’ frenato la mia carriera di pittrice. Fare la mamma è un compito molto oneroso in qualità di tempo, quindi quando nacque mio figlio, alla pittura dedicai poco tempo. Paradossalmente prima che diventassi mamma, avevo già intrapreso una strada carrieristica con delle importanti mostre che si interruppero con la nascita di mio figlio. Un’analisi la può fare deducendo il perché molti artisti sono uomini. 

Annalisa Pintucci

Il ruolo di mamma, quindi è un po’ penalizzante…

Bè, sì. Decisi quindi di tornare alla mia città, con mio figlio più grandicello, potetti avere una economia migliore e affidare il piccolo ad una baby sitter che mi permise di riprendere il mio lavoro partecipando alle mostre.

Quale è stata la mostra alla quale ha partecipato con più attenzione o emozione?

La prima personale da Marilena Bonomo

Serie Erbivori: “Branco di pecore”, olio su tela, 180x100cm cadauno (2005)

Da sempre, guardando i suoi quadri, ho avuto un senso di pacatezza, di quiete, di estrema serenità. E’ un messaggio che vuole trasmetterci?

C’è chi dipinge temi politici, sociali, onirici, a volte drammatici, profondamente intensi. Attraverso anche io momenti di queste emozioni, però, ed è caratteriale, non sento il bisogno di comunicare queste sensazioni di ansia, di buio. Cerco di dipingere quello che per me è bello, quello che mi rende e rende più mitigate certe emozioni provate dalla nostra inquietudine di vita. Ricercare una “estetica” del bello che nasce dall’interiorità e proporlo, perché quello che esce dalla mia mente, dalle mie mani è il risultato di una profonda riflessione che a me piace sia compresa. Sapere di avere avuto il piacere di dipingere un quadro e avere trasmesso questo piacere agli altri, mi appaga interiormente.

Queste emozioni le proviamo anche nei colori che usa. Sono colori mai aggressivi, tenui, dolci, soft…

Sì. C’è una ragione. Mi piace dipingere spazi senza tempo e molti dei colori che uso, fanno risalire a certi periodi. Ci sono colori che caratterizzano dei periodi storici e sociali, i blu e le sue sfumature degli anni ’60 ad esempio, ma moltissime tonalità sono difficilmente collocabili in un periodo storico, riconducibili ad un’epoca. Ovvio che quello che dipingo non è stato fatto nel Medioevo o negli anni ’60, ma diventano riferimenti a quegli anni, a quella storicità del tempo. Per cui, non trasmetto uno spazio e un tempo collocabili storicamente.

“Omaggio a Beato Angelico”, olio su tela, 90x60cm. (2000)

Le figure umane. Molti suoi quadri rappresentano volti di donne.

Sono stati i miei primi disegni. Ho testimonianza di alcuni miei ritratti di famiglie, dei loro dettagli di abiti, vestiti, quasi una ricerca del costume. Non con la velleità della stilista, solo una “curiosità” di bambina per i vestiti da loro indossati alle feste, ai matrimoni, all’abito della domenica. Visti con gli occhi di una bambina e disegnavo. Ho disegnato pochi volti maschili, non me ne sono mai davvero resa conto. Forse perché sono una donna. Ad esempio non ho mai fatto autoritratti, eppure molti dei miei estimatori, trovavano in quei volti il mio, che probabilmente disegnavo senza esserne conscia.

Mi hanno sempre colpito per la loro dolcezza nei tratti somatici. Sguardi senza malizia, visi mai espressivi, quasi senza emozioni che suscitano sorpresa. Anche nei manifesti, quando ha proposto lavori di carattere pubblicitario. Figure femminili “dolcemente” inneggianti al prodotto ma con discrezione, manifesti non “urlati”.

Tendo ad essere una donna che trasmette anche nella vita, una reciproca “comunicabilità” interpersonale, sinonimo di collettività sociale. Vivo in un contesto urbano e sociale, la differenza è nell’essere gli uni tolleranti e disponibili agli altri senza ledere la sensibilità altrui. Non sono un’“artista” isolata dal mondo osservandolo da “lontano”. Sono e vivo “dentro” la società perchè sono parte io stessa della società.

 Tutte le attività artistiche sono ferme per ovvie ragioni sanitari. C’erano progetti?

Sono scaramantica e non ne parlerò. Posso però dirle che progetti sono sempre in cantiere. Ma non a Bari.

 …quindi dovrò seguirla?

…e per molti chilometri!

“Donna nel sacco”, 2008 – olio su tela – 70x50cm. (2008)

La tisana si è raffreddata. Sono stato così attento che tutto andasse per il meglio, dimenticando di berla. Non posso stringerle la mano per ringraziarla. Ma la metto aperta sul cuore e inchino il capo. Esco dalla casa-studio di Annalisa Pintucci con un dono: una fetta di torta impastata con il vincotto. Minimal anche questa.

Gianni Pantaleo.

 

 

 

 

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