martedì, 27 Luglio, 2021 8:10:49 AM

Claudia Gesmundo, la danza dagli orizzonti infiniti

di Gianni Pantaleo.

Acquisisce, nutrendo se stessa, le emozioni vissute durante la carriera della danzatrice. Non si pone confini, né mete, viaggia intenta ad apprendere, memorizzando e storicizzando gli studi, i maestri, le esplorazioni che le innovano le esperienze conquistate sulla scena. Claudia Gesmundo, si “spiega” con questa intervista, senza incertezze temporali: è sempre “contemporanea”. Un artista ha spesso una sua collocazione storica, un vissuto databile nel contesto artistico, lei “domani” sarà un’ altra danzatrice, un’ altra artista, un’ altra donna, perché si evolve continuamente. Ad alcune domande un po’ “indisponenti”, quale quelle sulla consapevolezza del tempo che non è infinito nella professione di un danzatore, lei, serafica, risponde con naturalezza disarmante e conferma che soprattutto si danza con la testa.

C’è un interessante percorso formativo, che le ha permesso di essere una danzatrice professionista. Resta inteso però, che è faticoso reggere il “passo” di quel percorso che a volte si interrompe. Il suo è un lavoro complesso: quali alternative ha una danzatrice oltre il palcoscenico?

La consapevolezza della precarietà di questo lavoro non mi è mai mancata, sin dai primi anni in cui ho scelto di proseguire professionalmente i miei studi a Firenze. Io credo che questa consapevolezza, insieme alla fermezza della mia decisione nel voler intraprendere comunque questa carriera, sono state per me la prova di quanto giusta fosse quella scelta. Questo lavoro ti forgia come persona, si impara a scegliere, a insistere e in alcuni casi a saper aspettare. Durante gli anni in cui ho iniziato a lavorare come danzatrice professionista ho ricoperto anche il ruolo di insegnante, ho collaborato con altri artisti nella creazione di nuovi lavori, ho avuto la possibilità di collaborare con il Mat Laboratorio Urbano di Terlizzi cimentandomi nell’ organizzazione di rassegne, residenze e percorsi di formazione con danzatori e attori. Oltre questo, ero e sono una danzatrice anche mentre studio legge e mi appassiono di materie apparentemente lontane dal settore artistico. Per cui la mia risposta è che le alternative sono infinite non resta che scegliere chi vogliamo essere.

L’insegnamento: mica facile. Un insegnante ha una responsabilità educativa importantissima: non solo alla sbarra, lei prepara l’allievo alla consapevolezza dell’essere danzatore. Lei è danzatrice. Quando ha avuto la consapevolezza che essere ballerina è essere una lavoratrice “speciale”?

Quando ho iniziato ad insegnare avevo la sensazione di essere un fiume in piena che non vedeva l’ora di straripare e inondare gli allievi di tutto ciò che di bello avevo ricevuto negli anni dalle mie esperienze. Non avevo idea che sarei stata colpita io da un getto d’acqua purissima e fresca. L’entusiasmo, la gioia e le soddisfazioni che ho ricevuto durante il periodo dell’insegnamento mi hanno reso il lavoro molto semplice e naturale. Alle volte certamente bisogna dar conto a delle dinamiche che richiedono impegno e molta attenzione. Non è un lavoro semplice, anzi si ha una grossa responsabilità che si ha anche quando si è nelle vesti di danzatrice che è compensata però da un enorme possibilità: quella di poter dire qualcosa con il corpo, quella di poter accendere un riflettore su una questione di natura sociale o politica, quella di indicare allo spettatore una visione.

 

Balletto di Toscana                                   “Atmos”,  New York

Non si può negare che il lavoro del danzatore, non sia un lavoro per tutti. Ma è anche il lavoro più breve nell’ “universo” teatro. Ne ha tenuto conto? Al pari delle altre discipline che coinvolgono il corpo, quella del danzatore è la più usurante. Lo sapeva, vero…?

Ho dovuto fare spesso i conti con questo pensiero anche se non credo che debba esserci necessariamente un termine prestabilito. Si tratta di un rapporto molto personale che si ha con il proprio corpo, che inevitabilmente cambia, ma insieme al corpo cambia anche la persona. Non si smette di essere danzatori, quello che accade è che si diventa danzatori diversi, più consapevoli, si ricalibrano le energie, i tempi, le opportunità da cogliere e quelle che bisogna lasciar andare. A questo proposito credo sia necessario rinnovare i supporti finanziari per sostenere, per esempio, gli artisti over 35. È imprescindibile il supporto finanziario derivante da bandi slegati dal fattore età per continuare a poter svolgere la professione. Come dicevo in apertura, l’età è un fattore estremamente personale, il supporto economico per tutte le età no. Questo rischia di diventare il fattore più usurante sul piano motivazionale.

Quindi la scelta era di piena consapevolezza: la intristisce sapere che la carriera non si protrae nel tempo? I virtuosismi hanno…un tempo.

Non ne sono preoccupata, mi interessa di più in questo momento acquisire nuovi strumenti, sviluppare un pensiero e un linguaggio personale, lavorare ponendomi dei quesiti e cercando criticamente delle risposte coerenti con la direzione in cui voglio andare, cose su cui nella giovinezza si tende a sorvolare. L’idea di un continuo cambiamento, di un flusso infinito, dello staccarsi dal passato non mi spaventa; ho decisamente più timore nel non essere pronta a cogliere le sfide del futuro per le quali bisogna sempre tenersi pronti.

La bellezza della danza è una bellezza anche visiva: corpo e anima sono fuse. Mi scuso per la domanda: cosa teme di perdere, inevitabilmente nel tempo (siamo umani), di queste due “essenze” di un danzatore?

Danzare, fin dai primissimi anni di studio a Terlizzi, mi ha consentito di sviluppare una forma mentis che mi ha accompagnata in diversi ambiti della mia vita. Grazie alla danza io, ma come anche tanti colleghi, mi sono ritrovata a viaggiare da sola, a lavorare duro, a vincere la stanchezza, studiare di notte, cogliere delle sfide che senza una forte motivazione non avrei mai colto. Ne avrei tantissimi di esempi da proporre. Quella forma mentis mi ha guidata in molte scelte che spesso si sono rivelate vincenti. Non c’è miglior carburante che amare quello che si fa e calibrare tutto sulla base di questo rende meno complicate cose tutt’altro che semplici. Per cui il rapporto tra corpo e anima è un esercizio di cura che va coltivato quotidianamente.

 

ATMOS (2018)                                         ATMOS (2018)

Claudia Gesmundo, allora: gli studi al Balletto di Toscana da Cristina Bozzolini poi le collaborazioni nei lavori di Michele Merola, Emanuele Soavi, Francesco Vecchione, Fabrizio Delle Grazie, Marguerite Donlon, Yoris Petrillo, Domenico Iannone, Pietro Marullo tra i pochi citati, senza dimenticare Orazio Caiti, Ana Presta… un gotha mica male: senza che lei ne citi qualcuno in particolare, lei è la danzatrice che è, perché è stata una brava allieva o perché sono stati ottimi i maestri?

Devo dire gli anni di studio al Balletto di Toscana mi hanno permesso di allargare gli orizzonti, approfondire una danza che avevo già studiato ma sperimentarne tanta altra con insegnanti d’eccellenza in un ambiente professionale che ha avuto la funzione di ponte con il mondo del lavoro. Devo dire poi, che una buona parte l’ha giocata l’essere circondata da tanti/e ragazzi/e talentuosi/e sotto tanti punti di vista e il confronto con loro. L’immersione che ho vissuto in quegli anni e gli occhi sempre vigili verso il nuovo mi sono serviti molto. In quel contesto, aver partecipato alle residenze organizzate dalla rete Anticorpi XL di Ravenna e aver danzato nei lavori di giovani coreografe indipendenti mi ha fatto respirare un’aria freschissima. Alcuni anni dopo a Ravenna ci sono ritornata ma con un lavoro di cui sono co-autrice proprio perché quell’ esperienza, nel contesto di formazione che stavo vivendo, mi ha lasciato un forte segno. Per risponde alla domanda…  bisogna essere intraprendenti per svolgere questa professione, sia nella fase dell’apprendimento nella scelta di validi insegnanti ma soprattutto dopo. Cercare senza fermarmi nuove opportunità e imparare a crearsele, farsi scegliere ma anche essere in grado di scegliere cosa si vuole essere, dove si vuole stare e quello che invece non ci interessa ed è il caso di lasciar andare.

Intendo, quindi, che la sua formazione di ballerina, è frutto di tutti questi fattori: insegnanti e volontà. Che “prezzo” paga per far sì che la volontà premi il suo lavoro? Sacrifico? Rinunce? Giorni passati nelle sale…Vita privata e dispiaceri? Si dice che quando una vita sentimentale va a rotoli, si è vicini al successo. Si dice…

Non vivo come un sacrificio svolgere questo lavoro. Ho sempre desiderato scoprire nuovi posti e realtà e la distanza da casa riesco a gestirla tranquillamente, così come i rapporti personali che sono forti e stabili da anni e che anzi, la distanza rafforza sempre di più perché le persone a me vicine riconoscono il valore del mio lavoro. Quello che invece mi logora di più è proprio il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni e della società di questa professione. Un trattamento giuridico caratterizzato dall’essere sempre derogatorio rispetto alla disciplina comune scoraggia nell’immaginarsi un futuro in questo settore. Non è possibile dover accettare di venir meno a diritti e tutele che ci spettano per poter svolgere questa professione, che non è fatta solo di amore per quello che si fa ma di tanto impegno e studio (come tutti i lavori d’altronde). Questo peso io lo sento costantemente e questa “stabile precarità” e questo trattamento discriminatorio rispetto a tante altre categorie, a volte mi ha scoraggiata. Credo che questo momento storico però abbia aiutato la categoria dei lavoratori dello spettacolo a prendere coscienza di ciò che spetta a ciascun lavoratore, all’importanza dell’essere insieme e di contare sui sindacati, da sempre dalla parte dei lavoratori.

Andiamo in scena: “Affacciati sul mare”, di Michele Merola; “Progetto fuga” di Fabrizio Delle Grazie; “The princess saves herself in this one” di Francesco vecchione; “Wreck” di Pietro Marullo, “Lost in Translations” di Marguerite Donlon; “Six Hidden Variations” di Emanuele Soavi; “Burning Down the House” di Orazio Caiti; “Resonance” di Ana Presta…e altri. Titoli e coreografie di interessante spessore artistico. Come si pone quando un coreografo propone un suo lavoro? Scava nel suo “pensiero”? Entra nel suo “mistero”? I coreografi hanno tutti un’anima…misteriosa…non si sa mai quando sono uomini o spiriti (sorrido benevolmente).

Penso che prima dell’incontro tra danzatore e coreografo avvenga quello tra due persone e in alcuni casi quest’incontro può rivelare una sintonia innata, come mi è accaduto in diversi casi, altre volte invece richiede più tempo e ascolto reciproco. Mi ritengo molto fortunata per aver potuto incontrare grandi professionisti, essermi potuta mettere alla prova con diversi linguaggi coreografici e approcci differenti alla creazione. Spero di aver sempre restituito durante il mio lavoro in sala la generosità e la fiducia riposta nei miei confronti. Sicuramente quello che mi ripropongo sempre è di capire la direzione in cui vuole andare il coreografo e di vivere attivamente il processo creativo mettendo a disposizione tutte le mie competenze, ponendomi dei quesiti a cui cerco di trovare delle risposte. Ogni nuovo lavoro è una sfida che arricchisce il mio percorso artistico e la mia persona soprattutto per i preziosi incontri che riserva.

“Affacciati sul mare” di Michele Merola.

“Wreck” di Pietro Marullo

“Progetto fuga” di Fabrizio Delle Grazie.

Un’ occasione speciale: Marcos Morau con “Los Pajaros Muertos”, 2016. Omaggio dedicato a Pablo Picasso. Ho certezza che si emozionò: Picasso è un “unico” irraggiungibile artista. Con gli “occhi” del dopo: sensazioni, emozioni, empatie…mi coinvolge raccontandomeli?

L’esperienza con la compagnia di Marcos Morau “La Veronal” è stata davvero unica e inaspettata. Essere in sala prove e poi in scena con una tra le compagnie più rilevanti d’Europa mi ha segnata ed emozionata profondamente. Il fascino della drammaturgia dello spettacolo, danzatori/trici incredibili, la specificità e la particolarità del linguaggio coreografico sono poi stati arricchiti dall’aver danzato, nell’ambito del Festival Oriente Occidente, in un meraviglioso spazio urbano come quello della piazza del Mart di Rovereto, accompagnati dal vivo da un corpo bandistico. Decisamente suggestivo.

Quanto dedica al perfezionamento della sua professione e dove “rincorre” gli insegnanti?

Nella nostra professione essere in allenamento è fondamentale, anche nei momenti in cui non si è in produzione proprio perché le occasioni lavorative sono imprevedibili e bisogna farsi trovare pronti. Negli anni ho imparato ad avere una mia routine che so che può essere utile per il mio corpo, quando riesco seguo lezioni per professionisti e in alcuni casi mi è capitato di trasferirmi per alcuni periodi all’estero, come a Berlino, per allenarmi in modo adeguato per sostenere delle audizioni che avevo in programma.  Nonostante ritenga che il training debba essere continuo e parallelo al percorso professionale, penso anche che, in alcuni casi, bisogna stare ben attenti a distinguere i reali percorsi formativi da lavori non retribuiti mascherati da occasioni formative. Ancora ritorna la questione dei diritti, che mi sta molto a cuore e che spesso torna a mettere ordine nelle mie valutazioni e nelle mie scelte, come un parametro imprescindibile che mi ha portato a rifiutare anche esperienze tendenzialmente “irrinunciabili” ma inquinate da uno sfruttamento di fondo della nostra professione.

                                         Irlanda (2019)

                                                   Irlanda (2019)

Con quale criterio sceglie di approfondire il suo lavoro di danzatrice? Il bisogno della tecnica della danza classica? Il bisogno della creatività del contemporaneo? Quali esigenze ha lei?

Le esigenze variano in base al momento storico che sto vivendo e in base a ciò che ho in programma di fare. In alcuni casi trovo molto utile tornare alla sbarra per affrontare alcuni lavori maggiormente tecnici, in altri casi invece necessito di altro. Per cui la risposta è che dipende da quello su cui sto lavorando in quel momento.

                       “Los Pajaros Muertos” (2016) di Marcos Morau

                       “Los Pajaros Muertos” (2016) di Marcos Morau

Con quale criterio sceglie di approfondire il suo lavoro di danzatrice? Il bisogno della tecnica della danza classica? Il bisogno della creatività del contemporaneo? Quali esigenze ha lei?

Le esigenze variano in base al momento storico che sto vivendo e in base a ciò che ho in programma di fare. In alcuni casi trovo molto utile tornare alla sbarra per affrontare alcuni lavori maggiormente tecnici, in altri casi invece necessito di altro. Per cui la risposta è che dipende da quello su cui sto lavorando in quel momento.

Con questi intenti di studi, lei, dunque, fa la “giramondo”: Irlanda, Germania, girovaga in Italia., Rainer Behr, Francesco Vecchione, Emanuele Soavi, Virgilio Sieni, Marguerite Donlon questi i nomi un po’ più “europei”. Trova differenti metodi di “pensiero” tra loro? Le faccio questa domanda, perché lei ha anche una preparazione “giuridica”, quasi umanistica. Intendo che ha facoltà di “giudizio”. Faccia il “critico”. Può farlo…

Il tipo di incontro che ho avuto con i professionisti su citati è stato diverso con ciascuno di loro proprio perché si tratta di grandi personalità che stimo profondamente e che hanno sviluppato una poetica e un linguaggio coreografico unico e riconoscibile. Anche la mia posizione rispetto a loro è stata differente: con chi danzatrice, con chi assistente per progetti. Con Rainer Behr, storico danzatore del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch, ho avuto l’occasione di studiare in sala il repertorio della compagnia ma soprattutto l’opportunità di confrontarmi in lunghe chiacchierate rimanendo incantata dalla sua testimonianza di vita nella compagnia e del metodo di lavoro di Pina Bausch. L’avrei ascoltato per ore. L’esperienza in Irlanda mi ha poi forgiata. Ne sono venuta fuori in modo diverso, con le spalle più larghe. Ho fatto degli incontri preziosi e mi sono cimentata in creazioni molto differenti tra loro. Ho avuto poi il grande onore di poter essere al fianco di Virgilio Sieni per i progetti sviluppati nell’ambito del festival “Talos” e del festival “So Far So Close”: grande responsabilità anche in questo caso in cui incontravamo una comunità di amatori che avremmo accompagnato poi in una restituzione pubblica. Per non essere poco pertinente alla domanda, direi che la mia preparazione giuridica/umanistica può aver contribuito nel reggere un confronto adeguato sul piano intellettuale con queste brillanti menti.

Poi c’è una sua “creatura”: Atmos (2018). Con Vera Sticchi, un’opera coreografica di introspettiva ricerca emotiva. Che genesi ebbe quando fu pensata. Quali le esigenze per farne un lavoro coreografico?

Atmos nasce sicuramente da una forte sintonia e affinità artistica. Nel 2017 quando io e Vera abbiamo iniziato a lavorarci eravamo in pausa dal tour del rapper “Caparezza”, un’esperienza incredibile che ha contribuito anche a rendere più forte il nostro legame. La nostra forza è stata quella di lavorare come un collettivo: Michelangelo Volpe come light designer, Fabio Gesmundo compositore delle musiche originali e tantissimi altri componenti del Collettivo Zebù che hanno creduto nel nostro lavoro e ci hanno dedicato anche solo uno sguardo, un feedback. Il lavoro di squadra, l’unione di competenze in diversi ambiti ha permesso ad Atmos di poter essere replicato in numerosi festival in Italia, tra cui la selezione nella Vetrina della giovane Danza d’autore di Ravenna, in Spagna e a New York. Un lavoro che nasce da un profondo stato di incertezza e precarietà, che trae origine dal concetto di modernità liquida elaborato da Z. Bauman. Una condizione che ha molto a che fare con la nostra professione di danzatrici.

 

“Resonance” (2018) di Ana Presta                  Collettivo Zebù

Il “pensiero” si evolve. Con esso la tecnica e lo studio. Raggiunto uno “status quo”, un passo indietro si deve fare? O, crede, si debba continuare quel percorso di inizio intervista senza voltare le spalle?

Tutto si evolve e non resta che proseguire nel percorso, magari fermandosi in alcuni casi per rimettere a fuoco gli obiettivi e prendersi il tempo per ponderare le scelte.

“Come back to Italy” (2018) trittico. Di Ana Presta, Domenico Iannone, Orazio Caiti.

“La tempesta” (2017) di Domenico Iannone.

“La tempesta” (2017) di Domenico Iannone.

Tra i cinque protagonisti de “La tempesta”, di William Shakespeare, per la Compagnia AltraDanza, con le coreografie di Domenico Iannone e ultimo dei drammi/romantici del drammaturgo inglese, lei è Miranda, ruolo importantissimo e complesso. Ma lei riuscì a interpretarla con profonda passione. Le somiglia Miranda? Al di là delle “trame” di Prospero, Miranda e Ferdinando si innamorano davvero sfidando i “giochi” del mago. Alludo alla caparbietà romantica della protagonista. Se lei vuole…ha?

“La tempesta” è uno dei lavori a cui ho preso parte negli anni in cui collaboravo con la compagnia AltraDanza di Domenico Iannone, che mi ha accolta subito dopo i miei studi a Firenze e mi ha messa in connessione con la danza e gli artisti del territorio pugliese che sono diventati poi amici e colleghi che stimo e con i quali ho collaborato successivamente (come per esempio i già citati Vera Sticchi o Fabrizio delle Grazie per “Progetto Fuga”). Con il personaggio di Miranda, condivido assolutamente il mio insistere caparbio, la perseveranza e la fermezza nelle cose in cui credo. Le sfide e gli ostacoli provo sempre ad affrontarli con tenacia senza arrendermi facilmente. A proposito de “La Tempesta”, mi resta un ricordo molto positivo del tempo trascorso in sala prove con il gruppo di lavoro tra cui Orazio Caiti, il quale è sempre stato un mio grande sostenitore fin dai tempi in cui ho danzato nei suoi lavori e per il quale provo grande gratitudine. Insomma il mio percorso è frutto delle persone che ho incontrato. E che continuerò ad incontrare…

Pare di considerare questa piacevole “chiacchierata”, una saggia esposizione della professione della danzatrice. Claudia Gesmundo sa che c’è un tempo per tutte le cose e questo non la intimorisce. Sperimenta, ricerca e dimostra una serenità rara, difficilmente riscontrata in un mondo quale è lo spettacolo. Ho spesso “vissuto” gli artisti, confinandoli sul palcoscenico. Le caratteristiche “umane”, fuori dalla scena, raramente le ho “percepite”. Considero l’arte una scienza umana. L’artista è una definizione piuttosto empirica. Ma se ho di fronte, un attore, un cantante, un giocoliere, un funambolo, una ballerina, identifico la sua professione. Claudia Gesmundo è una danzatrice. Scesa dal palcoscenico e “spogliata” del suo ruolo, è la professionista che di mestiere fa la ballerina. E questa è intelligenza.

Gianni Pantaleo.

https://www.ilsonar.it/schedacompagnia.php?lang=&id=4794

https://www.danzaeffebi.com/vetrina-della-giovane-danza-dautore-xl-annunciati-i-15-vincitori-2019/claudia-gesmundo-e-vera-sticchi-atmos/

https://www.networkdanzaxl.org/autore/261/claudia-gesmundo—vera-sticchi.html

Photos: Gennaro Guida, Camilla Spagni, Tamara Casula.

Assistente alla direzione: Anna Landolfi.

Le immagini e i testi potrebbero essere soggetti a copyright.

 

In copertina Claudia gesmundo. Ph. Gennaro Guida.

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